256
La festa in casa di McKennie, alla quale hanno partecipato anche Dybala e Arthur, è un episodio che non merita nemmeno la nostra indignazione, perché l’indignazione è un sentimento serio: fa semplicemente cadere le braccia. Ma come viene in mente a tre professionisti della Juventus, ma prim’ancora a tre uomini (giovani però non giovanissimi), di violare le leggi in un momento così drammatico per tutti? Si rendono conto di quello che fanno o sono davvero - come racconta una certa letteratura, probabilmente non così sbagliata - bambini viziati incapaci di crescere e abituati a fare tutto quello che vogliono, fregandosene degli altri? Fino a dove arriva la loro tracotanza, o superficialità, o inconsistenza?

Okay, Dybala, Arthur e McKennie non sono i soli a commettere sciocchezze del genere, ma questo non basta certo a giustificarli, tanto meno a assolverli. Il loro gesto è un’offesa alla Juve, che li paga lautamente e regolarmente. Ma è soprattutto un’offesa a tutti coloro che le leggi le rispettano, restano chiusi nelle proprie abitazioni, non vedono gli amici o i genitori, si sacrificano per tentare di limitare la diffusione del virus. Questi giocatori credono evidentemente di godere di una sorta di impunità, forse perché hanno le tasche piene di soldi. Ma il problema non sono le tasche: è la testa.
La Juve è furibonda con i tre fenomeni che hanno macchiato anche l’immagine della società, e ha ragione. Questa situazione, però, fa riflettere ancora di più su quale sia il reale peso del club nei confronti dei giocatori. Da Ronaldo e compagnia fuggiti all’estero mentre la squadra era in bolla, fino alla recente missione di Arthur a Dubai tra un allenamento e l’altro (proprio dopo la sconfitta con il Benevento), sembra che i calciatori bianconeri siano padroni di fare ciò che vogliono, come se la società non contasse nulla nelle loro decisioni. Eppure la Juve non è mai stata questa, semmai l’esatto contrario. E allora, che succede?

@steagresti