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    E' l'anno del Napoli, Juve ora è dura

    E' l'anno del Napoli, Juve ora è dura

    • Giancarlo Padovan
    Non è mai troppo presto per ribadirlo: questo è l’anno del Napoli.

    Non solo perché vince sempre (otto successi in altrettante partite), ma perché lo fa con le piccole e con le grandi, in casa e fuori (ha violato due volte l’Olimpico). In attesa del derby di Milano, le attuali seconde sono tutte distanti cinque punti.

    Tra esse, quella che sta peggio, ovviamente, è la Juventus, caduta in casa per mano della Lazio e con Dybala che per la seconda volta su due gare si è fatto parare un rigore diversamente decisivo: a Bergamo avrebbe fruttato tre punti, allo Stadium uno. Il Napoli sarebbe sempre avanti, ma di soli due punti. Invece, adesso, recuperare diventa difficile.

    Solo l’Inter, nel caso in cui batta il Milan, può stare vicino agli uomini di Sarri, confermando la previsione che amo ripetere: se lo scudetto non sarà del Napoli (mio favorito numero 1), andrà all’Inter (mio favorito numero 2). La Juve, invece, potrebbe chiudere la stagione senza alcun titolo, un’ipotesi che gli scommettitori hanno già cominciato a quotare. 

    Non so se e quando il Napoli avrà un calo, ma fino ad ora la squadra sta bene, crede in se stessa, ha un gioco che la guida e un allenatore che in due anni prima ha segnato il percorso, ora ha asfaltato la strada. Anche se ha cominciato a fare qualche cambio in più, Sarri è sempre uguale a se stesso. Casomai sorprende che gli altri non abbiano preso le contromisure, asfissiando il palleggio con il pressing (ci riuscì per 70 minuti il Bologna e, in parte, la Spal) e colpendo una difesa che solo fino all’anno scorso aveva più di qualche momento di invulnerabilità. Invece adesso non si distrae mai e Koulibaly diventa sempre più insuperabile.

    Contro la Roma ha deciso Insigne (20’ del primo tempo su assist involontario e sfortunato di De Rossi) una partita che i giallorossi avrebbero anche potuto pareggiare (hanno colpito un palo e la parte superiore della traversa). Tuttavia, accostando i due sistemi di gioco e il modo di interpretarli, c’è stato un abisso.

    Il Napoli ha dieci giocatori di movimento più il portiere che sanno come far girare la palla: avanti, indietro, sul terzo uomo che si inserisce, rasoterra, massimo due tocchi.

    Al contrario la Roma tesse una trama più prevedibile, i tocchi sono moltiplicati, gli smarcamenti e l’attacco alla profondità inesistenti. Mentre il Napoli non detiene linee di gioco fisse, la Roma cerca Dzeko che è bravo, ma facile da trovare e quindi da marcare.

    Non sarebbe giusto ignorare le assenze dei giallorossi: El Shaarawy, che era brillante, sarebbe stato più utile di Schick che non abbiamo ancora visto. Al posto di Pellegrini avrebbe potuto giocare Strootman, mentre Defrel avrebbe potuto dare qualche cambio.

    Però la partita non sarebbe cambiata. Si è illuso Nainggolan quando, forzando le disposizioni di Di Francesco, ha fatto il trequartista quando aveva la palla e il “marcatore” di Jorginho quando ce l’avevano gli avversari. Il punto è che non è pensabile di fermare il Napoli bloccando solo un elemento. 

    Il secondo tempo della Roma è stato migliore del primo per intensità e coraggio, ma la parata di Reina contro il palo, su girata di testa di Fazio (24’), o la parte alta della traversa colpita da Dzeko, sono venute da situazioni fuori contesto. La manovra e l’iniziativa, anche se leggermente in calo, sono rimaste nelle mani del Napoli. Il quale, se non ha chiuso in controllo quasi assoluto, certamente non è mai stato in affanno.

    Adesso c’è prima la Champions (contro il Manchestedr City, capolista della Premier, che ha battuto lo Stoke City per 7-2), poi l’Inter al San Paolo. Due passaggi importanti per capire dove il Napoli può arrivare e per quanto tempo restarci.

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