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Eni Aluko, bomber nigeriana naturalizzata inglese della Juventus women, ha preso ufficialmente la sua decisione. Domenica, contro la Fiorentina, disputerà la sua ultima partita con la maglia bianconera, poi lascerà l’Italia per far ritorno in Inghilterra. Alla base di questa scelta molto forte nessun problema legato all’integrazione calcistica, ma motivazioni molto più profonde provocate da un disagio sociale. Questo, perlomeno, è ciò che ha dichiarata la giovane calciatrice nel corsi di una lunga e dettagliata confessione pubblicata dal quotidiano londinese Guardian. Avrebbe potuto, con maggior coraggio,scegliere un giornale italiano.

Un “caso”, tutt’altro che inventato o forzato, il quale merita alcune considerazioni anche perché trascina in ballo l’intero modo di pensare e di vivere di noi italiani rispetto alla disponibilità di accettare ciascuna normale e quotidiana condivisione con gli stranieri e, in particolare, con uomini e donne dal differente colore della pelle. Eni Aluko, con grande onestà, ha ammesso di non aver subito angherie razziste sul suo posto di lavoro. Ha altresì messo in evidenza il suo malessere per le situazioni da lei vissute all’esterno del campo da gioco in una città, Torino, a suo avviso respingente.

Che il capoluogo piemontese non sia una metropoli “facile” per ogni tipo di forestiero è un fatto piuttosto assodato e verificabile fin dagli Anni Sessanta quando la parola d’ordine era quella di “non si affitta ai terroni”. Poi, però, si è dovuto prendere atto che proprio grazie anche a quei “terroni” chiamati dalla Grande Fabbrica la città era riuscita a compiere un potentissimo salto di qualità verso il futuro. Oggi a Torino i “torinesi doc” sono per numero più o meno come i panda ma anche i nipoti di coloro che vennero emarginati e che a loro volta adesso discriminano. Aluko affonda il coltello nella ferita aperta denunciando ciò che per lei è una percezione quotidiana più che non una realtà fondata su episodi concreti. Essere osservata come una ”ladra” ogni volta che entra in un negozio o, addirittura, come se fosse una parente stretta del narcotrafficante Escobar. Come sovraprezzo la ragazza lamenta una certa scarsezza culturale e artistica di una città che, per la verità, è ricca di musei ammirati da tutto il mondo e di eventi assortite legati alla letteratura o al cinema.

Aluko non ha torto, ma neppure completamente ragione. Il clima, non solo a Torino ma in tutta Italia, non è certamente favorevole per gli stranieri da tempo memorabile. Venticinque anni fa Ruud Gullit venne cacciato da una boutique di Forte dei Marmi perché scambiato per un “Vù cumprà”. Un fatto idiota ancora più grave se si pensa che, a distanza di tanto tempo, nulla è cambiato, ma semmai è andato peggiorando anche in virtù di una scellerata propaganda politica fondata sulla paura del diverso. Sotto questo aspetto la calciatrice merita solidarietà. Eppure sbaglia grossolanamente.

Aluko, bene o male, è una privilegiata perché può vivere riparata da un ombrello piuttosto ampio come quello dello sport. Percepire razzismo, che beninteso esiste, non significa subire razzismo. Migliaia di giovani donne, per la maggioranza nigeriane proprio come lei (è inglese ma è nata a Lagos, capitale della Nigeria) e in particolare a Torino, sopravvivono facendo marchette in strada dopo essere state deportate dalla mafia africana. Loro non possono scappare Altre, più fortunate, lavorano come badanti o come infermiere. Nessuna di loro pensa alla fuga. Andarsene, come farà Aluko, vorrà dire arrendersi anzichè provar a lottare per stessi e per l’intera comunità nera affinchè le cose possano cambiare come è giusto che sia. Mollare tutto e andare via è certamente più comodo, ma non serve a nulla e a nessuno.