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Osservando il volto di Christian Eriksen, spesso impassibile anche di fronte ai crolli dell’Inter, ci è tornato in mente un altro campione arrivato dal Nord in nerazzurro ‘a miracol mostrare’ e poi sbolognato come fosse un mezzo bidone: Dennis Bergkamp.

Era l’estate del 1994 quando ce lo trovammo di fronte nel ritiro estivo dell’Inter, in quel di Pinzolo. Si era unito in ritardo al gruppo perché veniva dai Mondiali americani, dov’era stato protagonista fino ai quarti con la sua Olanda segnando anche tre gol. La squadra che Ernesto Pellegrini aveva costruito e affidato a Ottavio Bianchi era piena di ambizioni, tra gli altri era stato acquistato Pagliuca, il portiere della nostra Nazionale finalista in Usa, il quale avrebbe sostituito il simbolo (un po’ invecchiato) Zenga. Ma molto ovviamente si confidava in Bergkamp, che dodici mesi prima era costato una fortuna, 18 miliardi di lire, e non aveva convinto affatto benché avesse trascinato i nerazzurri alla conquista della Coppa Uefa (che però allora i nostri club vincevano con frequenza, non come oggi, tanto che quel traguardo non era ritenuto così appagante).

Di Bergkamp ci colpì proprio questo: la freddezza dello sguardo e dei comportamenti; l’atteggiamento algido, quasi altezzoso; l’incapacità di calarsi in quel mondo che lo aveva accolto come un re e di integrarsi in un gruppo che aveva gente di personalità (Bergomi) e ragazzi vivaci (Berti). L’olandese sembrava non facesse parte di tutto ciò e probabilmente il suo modo di fare incise sul rendimento, che in quella seconda stagione fu disastroso: in campionato segnò la miseria di due gol e Massimo Moratti, appena acquistata la società da Pellegrini, se ne liberò immediatamente spedendolo all’Arsenal. Ormai era diventato per molti ‘il tacchino freddo’ e l’ambiente si era spaccato tra chi lo accusava (i più) e chi gli attribuiva attenuanti (pochissimi). La sua cessione venne vissuta come una reciproca liberazione.
Bergkamp era un grande calciatore, un campione con colpi straordinari, come aveva dimostrato prima di arrivare a Milano e come avrebbe ribadito in seguito. Nell’Inter non riuscì a inserirsi e fu davvero un peccato non aver goduto anche in Italia della sua classe. Il rischio che Eriksen diventi un altro Bergkamp sta pian piano affiorando e il suo atteggiamento - così distante da tutto quello che lo circonda - avvalora questo timore. Eppure anche il danese ha classe, colpi, qualità. Tocca all’Inter impedire che il campione danese venga presto messo in un angolo come accadde 25 anni fa a un altro tacchino freddo: e se poi tornasse gazzella lontano da Milano?

@steagresti