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Si può conoscere la storia di una società calcistica, coltivare una passione sfrenata per i suoi colori, seguirla nei ritiri montani precampionato. Si può "vivere per lei" sulle montagne russe di gioie e dolori. Studiarla e amarla intensamente, "con il cuore e con la mente" come belava Julio Iglesias (per altro ex portiere delle Merengues) anni fa. Si può, nonostante dirigenti e presidenti. Quelli giocano un campionato a parte. Sul sipario di una filodrammatica ignara non dico di autocritiche, ma nemmeno di consapevolezza, misura, verecondia. Sono attori senza ritegno oppure, ancor peggio forse, credono a quel che dicono e a quel che fanno.

Lasciando da parte Berlusconi, che gioca un campionato da solo (se il Milan vince il merito è suo perché ha dato la formazione giusta a Pippo; se no, silenzio) uno che in questa paesana Fiera delle vanità e dello sproloquio ha vinto parecchi scudetti è Claudio Lotito. A lui facciamo i più sinceri auguri perché compie i dieci anni di presidenza laziale e non vorremmo privarcene per almeno altri dieci. Non vorremmo fare a meno del suo latino sibillino e minatorio, delle sue filippiche barocche senza capo ne’ coda, del suo sguardo affilato che trapana l’intera filiera del calcio italiano: da Tavecchio al portiere di Via Allegri.

Se l’intima natura di un uomo si percepisce da come parla, Lotito cos’è? Non basta definirlo furbo, "volitivo" fino agli oltrepassati limiti dell’arroganza o un padre padrone paternalistico e inflessibile . Efferato divoratore di allenatori - secondo solo all’amico Zamparini - avido di riconoscimenti, cultore dello status, campione di "sfar play", presenzialista h.24, il divo Claudio è antico e modernissimo.

Con una tempra primitiva e ferina, uscita dall’olocene laziale e un menefreghismo da lupo di Wall Street, è soprattutto un padronissimo. Non solo di Società e Istituzioni (Lazio, Salernitana, Federcalcio…) non solo di corpi, ma soprattutto di anime. Chi firma un contratto con lui può fuggire e basta. Il caso Pandev fece scuola, eppure quella liberazione ottenuta a furia di carte bollate da un mago del foro sportivo, alla fine non fu salutata come doveva. Anzi, quasi quasi facevano le condoglianze al povero latifondista cui sottraevano un pezzo della sua landa.

Lotito è un misto fra un verso di Belli e Cicikov, con la pulsione non molto segreta di possedere un buon numero di anime morte e una forte propensione educativa a 360°. Non a caso si è laureato in pedagogia. Anche se l’anelito educativo in lui è ben presto divenuto altro: imperio ammaestrativo, necessità di indicare la meta, voluttà di condurre e di raddrizzare la schiena ad allenatori, giocatori, medici sociali, revisori dei conti, massaggiatori…

Odia i procuratori naturalmente, come tutti gli intermediari fra se stesso e il resto del mondo, che esiste - supponiamo - in quanto sua proiezione. Non ci fossero, i procuratori, sarebbe meglio; non ci fossero i genitori e le zie, gli zii, i nonni dei giovani calciatori, che "magari te poi immagginà, accampeno pretese a me che quel regazzino, er puer, l’ho preso pischello da 30 chili… e guarda ora com’è".

Le sue ultime esternazioni sono esilaranti e oscure allo stesso tempo, emanazioni d’un oracolo minaccioso. "Che lo facesse la Roma lo stadio nuovo! Voglio vedere che succede in quel terreno minacciato da alluvioni del Tevere!" Questo, su per giù, l’anatema. "D’altra parte - ha aggiunto - un terreno vicino al Tevere ce l’ho anch’io!". E qui viene fuori l’anima del sensale immobiliare. Infaticabile, proiettato sul futuro insieme al suo allievo Tavecchio, ha subito cassato l’unica idea buona alle porte. Quella di fare un campionato di seconde squadre di serie A per far crescere i giovani calciatori, come avviene in Spagna. La sua massima preoccupazione è invece di garantire la multiproprietà delle squadre, di cui è fulgido esempio con la Salernitana.

Sul piano prettamente morale, invece, continua la sua battaglia per "rendere liberi i calciatori". E in questo è davvero credibile, come un negriero che inneggi alla libertà.