E’ bastato sfilare per le vie di Firenze con la sciarpa dai bordi viola e la scritta “Juve merda” per essere accolto come un liberatore? Forse. Oppure dare il benservito a un “satrapo” balcanico sul cui regno il sole era tramontato da tempo? Anche. Il nuovo proprietario italo-americano della Fiorentina è riuscito, perfino con nonchalance, a riconfermare Montella, onde evitare un immediato salasso economico dovuto alle penali. Una scelta, diciamo la verità, non propriamente entusiasmante. Neanche la promozione di Antognoni a vicepresidente può essere considerata la causa dell’entusiasmo verso il nuovo arrivato.

Di chi, dunque, il merito di tanto affetto per Commisso? Dei Della Valle. Essersene andati ha significato per i tifosi viola, una specie di liberazione e non solo dopo questo ultimo campionato horribilis. Da anni il rapporto tra gli imprenditori marchigiani e Firenze s’era incrinato. Forse l’amore non era mai scoccato perché, nonostante le comparsate al Franchi e le dichiarazioni d’amore di Andrea Della Valle, gli ex proprietari sono stati degli italiani stranieri: assomigliavano ai vari Pallotta o plenipotenziari di Cina. Distanza e business. Ma non solo: i Della Valle, una volta sfumato il sogno dell’ indotto commerciale, hanno dato l’impressione di tirare costantemente i remi in barca e d’appaltare a loro fiduciari la società, con un comandamento ben preciso: spendere il meno possibile, condito da una specie di malcelata sopportazione: onere, non onore. Insomma, pur con tutta la responsabilità e l’impegno economico, la Fiorentina veniva non supportata, bensì sopportata.

Commisso vive, ora, la sua luna di miele per il semplice fatto di essere arrivato al posto di qualcun altro assai poco amato. Offre la certezza di aver sostituito i proprietari di prima e concede la speranza di un cambiamento. Per ora gli basta questo, anche se sarebbe meglio stare alla larga dai proclami (“Non venderò mai Chiesa, nemmeno per 100 milioni”) e dal creare troppe aspettative. In politica, di solito, la luna di miele non dura più di 100 giorni. Nel calcio ancor meno, in pieno mercato e con un campionato alle porte. Urgono fatti. Non si può vivere a lungo di luce (o meglio di buio) riflessi.