Sarebbe una bellissima invenzione quella del Fair Play Finanziario (FPF). Si pone come obiettivo la realizzazione di un calcio più equo e virtuoso. E per raggiungerlo dà degli indirizzi tanto semplici quanto perentori. Per esempio, stabilisce che una società di calcio possa spendere soltanto in misura congrua rispetto a ciò che produce. E che l'iniezione di risorse finanziarie da parte degli azionisti di riferimento non debba squilibrare la competizione, che deve essere decisa in campo e non predeterminata fuori dal campo. Indirizzi sacrosanti per chi crede che si stia ancora parlando di sport. Ma il fatto è che, appunto, il FPF “sarebbe” una bellissima invenzione. Perché se si passa dal piano dei principi a quello dell'applicazione concreta, ecco che lo strumento comincia a perdere efficacia poiché viene piegato alle singole situazioni prese in esame. E ciò non sarebbe nemmeno il motivo di maggior danno, perché l'elasticità nell'applicazione di norme e sanzioni è garanzia d'efficacia più spesso di quanto non sia dimostrazione d'indulgenza. Il problema è un altro. E sta nel fatto che, come insegna la lezione esposta da George Orwell ne “La fattoria degli animali”, in ogni contesto che cerchi di rendere tutti uguali vi sono sempre alcuni soggetti “più uguali di altri”.

Questo sospetto si è fatto largo fra gli analisti sin dalle prime applicazioni di procedure e sanzioni del FPF. Risultava chiaro che il meccanismo si rivelasse spietato verso club di taglia piccola e media, ma che poi s'ammorbidisse quando si trattava di colpire club controllati da proprietà potenti. E sui motivi di tale questa differenza di trattamento si poteva soltanto speculare. Invece adesso, grazie alle nuove rivelazioni di Football Leaks, scopriamo che a pensar male non si commettesse peccato alcuno. E che alcuni club sono stati sottoposti a trattamenti estremamente favorevoli, mentre tutti gli altri che erano “soltanto uguali” si sono visti mostrare la faccia dura e inflessibile del FPF. Soprattutto, sono state portare alla luce storie di relazioni pericolose fra papaveri dell'Uefa e ricchissime proprietà di club. E adesso questi episodi minano la legittimità delle istituzioni calcistiche e proiettano un'ombra definitiva sul presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che era segretario generale Uefa ai tempi in cui queste manovre venivano realizzate. E che, come raccontano i documenti svelati da Football Leaks, in almeno due casi si è prodigato per sterilizzare il FPF. Un'azione che l'attuale presidente Fifa ha condotto in ticket col suo presidente Uefa di allora, Michel Platini.

Manchester City, Paris Saint Germain, Monaco – I casi fin qui illustrati riguardano tre club, accomunati da una fulminea traiettoria di crescita grazie a un'immissione esorbitante di capitali da parte di nuove proprietà. Si tratta del Manchester City, del Paris Saint Germain e del Monaco. Con delle significative differenze fra i primi due e il terzo, dato che gli eccessi del Monaco sono durati per un breve periodo mentre quelli di Manchester City e PSG mai si sono fermati. Ma con un tratto significativo in comune: il ricorso alle sponsorizzazioni gonfiate, e spesso fittizie, per ottenere un equilibrio di bilancio che compensasse gli eccessi di calciomercato e permettesse di rientrare nei parametri del FPF.
Il club inglese sottoposto alla proprietà degli emirati, e quello francese sottoposto alla proprietà del Qatar, compiono un percorso parallelo in molti sensi. I loro dossier vengono esaminati in contemporanea, nel 2014. E per “trattarli” attraverso le vie diplomatiche si muovono le medesime, alte personalità: Michel Platini, Gianni Infantino e l'ex presidente della repubblica francese, Nicolas Sarkozy. Riguardo a quest'ultimo, gli autori degli articoli fanno notare un elemento importante. Che Sarkozy sia un tifoso del PSG è cosa nota. Altrettanto noto è che egli abbia avuto un ruolo diplomaticamente decisivo nel 2010, quando vennero avviate le grandi manovre per il passaggio di proprietà del club dal fondo Colony Capital a Qatar Sports Investments. E dunque ci si poteva aspettare che intervenisse per provare a ammorbidire l'atteggiamento dell'Uefa, guidata dall'amico Michel Platini, in merito al dossier PSG-FPF. Sorprende invece che l'ex presidente abbia avuto ingerenze anche rispetto al dossier Manchester City-FPF.

Sorprende per almeno due motivi. Il primo, di portata minore, è che nel caso del club inglese non vi è alcuna motivazione di tifo a giustificare l'intervento di Sarkozy. Il secondo, di ben più ampia valenza, è che i governi cui fanno capo i due club intrattengono relazioni molto tese. Lo sono in questa fase storica, dopo che dall'estate del 2017 gli Emirati fanno parte del cartello di Paesi arabi (formato anche da Arabia Saudita, Bahrain e Egitto) che hanno messo sotto embargo il Qatar accusandolo di terrorismo. Ma lo sono anche nel 2014, quando i club che rappresentano in Europa i due governi sono sotto ispezione da parte del Club Financial Control Body (CFCB) dell'Uefa. Ma Sarkozy passa sopra a queste rivalità locali e si accredita un ruolo risolutore di questioni calcistiche per entrambi i dossier. In particolare, viene menzionata una mail indirizzata dall'allora segretario generale Uefa, Gianni Infantino, al presidente del Manchester City, Khaldoon Al Mubarak. Nel testo, il futuro presidente Fifa si  mette a disposizione del presidente dei Citizen. Il che è già di per sé cosa per niente ortodossa. Ma la stranezza più evidente di quella mail è che sia indirizzata anche all'ex presidente della repubblica francese. Che interpellato dal consorzio European Investigative Collaborations (EIC, la rete delle testate europee guidata da Der Spiegel che sta divulgando i documenti) a proposito di una sua partecipazione alle manovre per tirare fuori i Citizens dai problemi col FPF, fa rispondere dai suoi avvocati in modo alquanto anodino. Di sicuro non smentisce.
Le vicende di Manchester City e Paris Saint Germain sono parallele per altri due motivi. In primo luogo, la rivalità politica fra i due governi ha scatenato una corsa al ribasso nella sanzione da applicare a entrambi i club. Nel senso che quelli del PSG, venuti a sapere di una sanzione più mite applicata al club inglese, hanno battagliato per ottenere quantomeno un trattamento di eguale indulgenza. E così, in questa rincorsa al principio del “noi non possiamo essere trattati peggio di loro”, le iniziali sanzioni da 60 milioni di euro vengono ridotte a 20 milioni di euro. In secondo luogo c'è che entrambi i club giocano arditamente con le sponsorizzazioni per rientrare nei parametri di bilancio pretesi dal FPF. Con l'effetto di peggiorare la situazione, perché è proprio su quelle ardite forme di finanziamento che si appunta l'attenzione degli ispettori Uefa. Sia il governo di Abu Dhabi che quello di Doha ricorrono a sponsorizzazioni garantite da aziende di Stato. Il problema sta nel fatto che le cifre assegnate siano lunari, in nessun modo parametrabili alle attività promozionali realizzate e ai benefici ricevuti. Si verificano casi di contratti retrodatati, ma anche di attività assolutamente non pertinenti. Per esempio, la sponsorizzazione quinquennale (con media di 215 milioni di euro annui) concessa da Qatar Tourism Authority (QTA) al PSG  a titolo di “promozione dell'immagine del Qatar”. Fra le prestazioni che il club dovrebbe garantire vi sarebbe un “Qatar Winter Tour”, cioè una partita amichevole all'anno da disputarsi nel paese del proprietario-sponsor. Peccato che il Qatar Winter Tour di fine anno 2014, fra PSG e Inter, si disputi a Marrakech.

L'Uefa richiede due distinte consulenze sul reale valore dei benefici d'immagine che QTA riceve dalle prestazioni del PSG. L'agenzia Octagon sentenzia che quelle cifre di sponsorizzazione siano sovrastimate in una misura di 77 volte. L'agenzia Repucom parla addirittura di una sovrastima da calcolarsi per 1.750. L'Uefa riceve tali indicazioni. Ma poi, anziché colpire duro il club parigino, sceglie una soluzione politica anziché l'applicazione delle regole.
Lo stesso problema di sovrastima, sia pure con misure molto ridimensionate rispetto al caso del PSG, si ricava dalla valutazione delle sponsorizzazioni del Manchester City. Rispetto alle quali, però, entra in ballo la strutturazione di un altro schema per l'elusione delle restrizioni sul FPF: il trasferimento agli sponsor del denaro necessario alle sponsorizzazioni. Sì, avete capito bene: la proprietà del Manchester City dà agli sponsor del Manchester City la gran parte dei denari necessari per sponsorizzare il Manchester City. E poiché questa bizzarra trovata non è ancora sufficiente, ecco che ne viene approntata un'altra per alleggerire ulteriormente lo squilibrio di bilancio: esternalizzare diverse voci di spesa (fra le altre, scouting e reclutamento, diritti d'immagine, dipartimento medico e scientifico, performance analysis) che vengono assorbite da società esterne costituite all'uopo.

È questo il senso di un programma riservato, battezzato Progetto Longbow dal nome del rivoluzionario arco che permise all'esercito inglese di vincere le battaglie contro i francesi a Crécy e Anzicourt, durante la Guerra dei Cent'anni. 
Il problema delle sponsorizzazioni gonfiate tocca anche il Monaco dell'oligarca Dmitri Rybolovlev, che giusto da ieri si ritrova in stato di fermo presso un commissariato della polizia monegasca. L'arresto, legato a tutt'altra vicenda, è avvenuto nemmeno 24 ore dopo le rivelazioni di Football Leaks che hanno illustrato le spericolate manovre adottate dalla proprietà e dal management del Monaco per ripianare il deficit di bilancio generato dalla folle campagna trasferimenti dell'estate 2013. Quella del ritorno in Ligue 1, che spinge Rybolovlev a appaltare il rafforzamento della squadra a Jorge Mendes. Gli eccessi di quell'estate 2013 fanno sentire il peso nell'estate 2014. Quando la qualificazione in Champions League sottopone automaticamente i conti del club al setaccio del FPF. Come nel caso di Manchester City e PSG, il meccanismo architettato per rimettere in equilibrio il bilancio è quello delle sponsorizzazioni gonfiate. Che vengono congegnate secondo uno schema presto trasformato in una trappola. Il Monaco stringe infatti un accordo con un'agenzia di marketing AIM, che ha sede in Svizzera a Lucerna e è guidata dall'olandese Bernard De Roos, medaglia d'oro di vela alle Olimpiadi 1976. L'accordo prevede che AIM costituisca una controllata con sede legale a Hong Kong, denominata AIM Digital Imaging. Questa società viene finanziata da City Concept Ventures Ltd, società con sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Chi è il proprietario di City Concept Venture? Ovviamente il signor Rybolovlev. Che pompa denaro nella scatola creata da De Roos perché questi riesca nell'impresa di “trovare” proventi da sponsorizzazione per il Monaco e si tenga una parte per il disturbo. In una fase iniziale il meccanismo funziona, ma poi qualcosa si rompe. E De Roos minaccia il Monaco di svelare il reale meccanismo delle sponsorizzazioni che tengono permettono al club del Principato di stare in linea con le esigenze del Fair Play Finanziario. Per il club di Rybolovlev si scatena il panico, e da lì parte un lungo lavorio diplomatico con l'Uefa.

Il Monaco rischierebbe la medesima sorte toccata al Malaga o alla Stella Rossa, cioè l'esclusione temporanea dalle coppe europee. E invece l'Uefa decide di graziare il club del Principato, dopo avere ottenuto l'impegno a rientrare dal debito. Già detto: se qualcuno è più uguale degli altri, ha diritto a un trattamento diverso. E una buona capacità di muoversi lungo il versante diplomatico dà anche questi frutti. Proprio del tema della diplomazia, e della propensione a lasciarsi blandire mostrata dagli uomini delle istituzioni calcistiche, ci occuperemo la prossima volta.
(2. continua)
@pippoevai