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Due giorni dopo Italia-Serbia, non giocata a Marassi a causa dei disordini provocati dagli ultrà serbi, è gelo fra Roma e Belgrado.

Dalla Serbia, il segretario generale della Federcalcio locale Zoran Lakovic accusa, sulle pagine del quotidiano Vecernje Novosti: "In Italia un'organizzazione catastrofica. Gli italiani avranno difficoltà a spiegare le loro mancanze nell'organizzazione della partita Italia-Serbia a Genova".

Un altro quotidiano serbo, Blic, intanto lancia l'ipotesi che la gara possa essere addirittura ripetuta: la Federcalcio bulgara, infatti, scrive Blic, sarebbe stata avvertita dall'Uefa del fatto che tra le ipotesi al vaglio ci sarebbe anche quella di far giocare, il 17 novembre, Italia-Serbia a porte chiuse. "È difficile che accada ma la possibilità c'è e per questo annulleremo l'amichevole con la Serbia, in programma proprio il 17 novembre", fanno sapere dalla Federazione bulgara.

Dall'Italia, invece, è il ministro degli Interni Roberto Maroni ha difendere l'operato della Polizia italiana e l'organizzazione della partita: "La Polizia ha evitato una strage, poteva essere un altro Heysel". E il capo della Polizia, Antonio Manganelli, annuncia: "Gli ultrà serbi che hanno provocato gli incidenti di Genova e impedito lo svolgimento della partita Italia-Serbia non potranno più fare rientro nel nostro Paese, pena l'arresto, per almeno 10 anni".  

Nel frattempo, parla anche, per mezzo del suo avvocato d'ufficio, Gianfranco Pagano, Ivan Bogdanov, l'ormai famigerato capo degli ultrà serbi: "Chiedo scusa all'Italia e agli italiani. Mai abbiamo pensato di danneggiare un Paese che mi piace molto. Non c'ero mai stato, ma è bellissimo. Non mi aspettavo problemi politici con l'Italia, neanche la sospensione della gara. Sono stato nazionalista come tutti i serbi, ma non appartengo alle Tigri di Arkan. L'altra sera la situazione mi è sfuggita di mano perché avevo bevuto molto".