Forse chi sbaglia è chi si indigna. Forse, dopo tanti anni, dovremmo ormai averci fatto l'abitudine. E invece, almeno personalmente, io non riesco proprio a rassegnarmi a vivere questo calcio sempre più spezzato in giorni e orari diversi.

FOLLE BALLETTO - L'ultima goccia a far traboccare un vaso già da tempo stracolmo è stata la schizofrenica decisione presa dalla Lega Calcio riguardo alla collocazione della sfida tra Genoa e Torino, in programma il prossimo fine settimana a Marassi. Inizialmente programmato per domenica sera alle 20:45, venerdì scorso si era deciso di anticipare di quasi 27 ore l'incontro collocandolo alle 18:00 del tardo pomeriggio di sabato. Una decisione che già di per sè aveva fatto mugugnare non poco tutti coloro che avevano già da tempo stabilito quando recarsi allo stadio, abbonati in primis. Come se non bastasse appena tre giorni più tardi, e a soli sei dal fischio d'inizio, tale scelta è stata nuovamente contraddetta preferendo spostare la partita nuovamente alla domenica ma questa volta alle 15. Tre collocazioni diverse nell'arco di 72 ore: un record poco invidiabile. E difficilmente battibile. Il tutto sbattendosene altamente di chi prova a programmare la propria vita privata e professionale cercando di non rinunciare a seguire dal vivo la propria squadra del cuore.

ATTORI NON PROTAGONISTI - D'accordo che ormai nel calcio moderno il tifoso da divano è di gran lunga privilegiato rispetto a quello da gradinata ma è altrettanto vero che assistere dalla televisione ad una partita giocata in uno stadio con gli spalti vuoti è qualcosa di assolutamente desolante. Pochi sport come il calcio devono parte della propria fortuna anche alla cornice scenografica regalata da chi l'evento lo assiste dal vivo. Un dato oggettivo e lampante che però evidentemente i signori del pallone non riescono proprio a recepire, pensando soltanto ai proventi incassati dalla vendita dei diritti televisivi, sempre più motore di un calcio destinato a diventare ancora più frantumato di quanto non sia oggi. Con buona pace di chi una volta andava allo stadio ogni domenica pomeriggio e oggi deve fare i conti con il calendario e con gli sbalzi d'umore di chi il pallone lo governa.