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A riposo forzato per mancanza di partite, i nostri giornalisti inviati di Centesimo minuto in queste settimane mettono a disposizione la loro esperienza e i loro vissuti con una serie di articoli legati a situazioni di cui sono stati 'Testimoni oculari'. 

Il 20 novembre 1955, una domenica, un giovanotto lascia la sua casa romana di via Crescenzio e sale sul treno che lo condurrà a Genova. Ha 25 anni, è nato a Roma, quartiere Prati (quello della buona borghesia) il 9 aprile 1930. Se fosse in vita Paolo Mantovani compirebbe 90 anni. Purtroppo se n’è andato il 14 ottobre 1993, a soli 63 anni. Malato di cuore, al suo medico curante aveva chiesto. “Fammi vivere fino ai 60 anni”. E’ stato il presidente dello scudetto della Sampdoria, un miracolo calcistico, di quattro vittorie in Coppa Italia, della coppa di Lega nazionale, del successo in Coppa delle Coppe. Ha sfiorato la Coppa dei Campioni, il sogno si spezzò al minuto 112’ della sfida di Wembley col Barcellona, abbattuto dal destro micidiale di Ronald “Rambo” Koeman. Peccato.

Ancor più delle vittorie nel calcio Paolo Mantovani viene ricordato per lo stile inappuntabile, la correttezza, l’autentico spirito da sportman che lo animarono - e che trasmise a calciatori e tifosi - nei quasi quindici anni alla guida della Sampdoria. Un esempio di fair play, in un mondo di pescecani.

In famiglia fin da bambino lo chiamavano Chicco. All’anagrafe fu iscritto come Paolo Enrico Mantovani. Ha una sorella, Nilla, di tre anni più grande. Il padre Siro viene dal un paesino del milanese, San Colombano al Lambro, lavora nella Capitale dal ’26, è direttore centrale dell’Eiar, l’antenata della Rai. La mamma, Gina Serafini, è nata a Modena. E’ una donna brillante, gran conversatrice, appassionata della roulette.

Genova era nel destino di quel giovane. Da ragazzino, è il 1941, Paolo sceglie di farsi operare di appendicite proprio nella città della Lanterna, dove lavora come chirurgo un fratello del padre, il professor Ercole Mantovani. Ora che ci rimette piede da adulto, Paolo Mantovani ha grandi ambizioni in testa. Lo ha chiamato a Genova l’avvocato Francesco Cameli, leader della famiglia di armatori, per la quale Mantovani aveva cominciato a lavorare da Roma a soli diciotto anni. Prima busta paga: trentamila lire. Diciotto ore al giorno, sei giorni e mezzo su sette. Non sembra un romano, ma un milanese. Quando sbarca a Genova, chiamato dal titolare in persona, ha le spalle larghe. Prende alloggio nel residence Elisio di via Assarotti, nel centro ottocentesco della città, e si tuffa nel lavoro. Ha già in testa i principi del vivere: Uno per tutti: “Io non chiedo mai. Non ne ho il diritto”. Col tempo e i primi soldi in tasca, si concederà qualche distrazione: puntate a Portofino, partitelle di calcio o match di tennis con una combriccola di amici della cosiddetta Genova bene. Nella sede dei Cameli, in via Roma 1, trascorre le giornate al telefono e racconta agli amici che a Roma, durante l’apprendistato dai Cameli, lavorava con la cornetta in mano e si rifiutava di incontrare i clienti. “Se avessero visto quanto ero giovane non avrei chiuso un solo contratto”.

“Un grandissimo fiuto degli affari unito a una formidabile dose di buona volontà”, così lo descrisse un amico, il costruttore Luciano Ghezzi. “Quando gli eri davanti ti spaccava con l’accetta. Nero o bianco, non conosceva sfumature. Era difficile resistere alla sua personalità”. Serio e lavoratore come un genovese di nascita – solo un poco più espansivo – Mantovani si divertiva a stupire. “Amava essere il primo, amava comandare”, ricordava l’avvocato Luca Ciurlo, uno degli amici genovesi della prima ora.

In occasione del suo compleanno dal suo amico (romano) Tony Polgar ricevette in regalo due galline. Lo chiamò per ringraziarlo, si fa per dire. “Mi hai dato una fregatura. Una non fa le uova”. Più tardi, da presidente della Sampdoria, si ricordo di quell’omaggio. Acquistò undici galline bianche ovaiole le ospitò nel giardino della villa di Sant’Ilario che guarda il mare. Finché una notte, Roberto e Gianluca, i due giganteschi Bovari delle Fiandre, non ne fecero scempio. Fine delle galline e fine dei Bovari, rimpiazzati da due più placidi pastori dei Pirenei baschi.

L’8 luglio 1959 portò all’altare Daniela Rusca, figlia di un importante costruttore e proprietario di cave. Avranno quattro figli: Francesca, Enrico, Filippo (scomparso poche settimane fa) e Ludovica. Il lavoro, matto e disperatissimo nello shipping e nel brokeraggio marittimo. E il calcio? Da ragazzo Paolo tifava Lazio e trapiantato a Genova si ritrova in mezzo ad una conventicola di amici tifosi del Genoa. Niente di più facile che accodarsi al loro tifo. Invece, no. Lui è un bastian contrario nato e si diverte a polemizzare con loro. Germoglia la sua simpatia per l’altra squadra di Genova, quella senza antenati inglesi né scudetti vinti dai pionieri: la Sampdoria. La data della conversione e dell’innamoramento definitivo per i colori blucerchiati? L’ 11 aprile 1971, la Sampdoria allenata da Fulvio Bernardini, altro romano come Mantovani, affronta a Genova la Lazio. Paolo è in tribuna e il suo cuore non sa per chi battere. Anzi, lo sa. Finisce 3-2 per i biancazzurri e Mantovani decide che quella squadra modesta, condannata a lottare per salvarsi dalla B, sarà la sua squadra. Ne apprezza il gioco che il “Profeta” Bernardini, un esteta del calcio, impone ai suoi nonostante le ristrettezze economiche del club e la qualità modesta dei calciatori. Gli piace lo stile dei tifosi, appassionati, ma sportivi. Gli piace l’idea portarla nel Gotha del calcio. Il Genoa? Mai stato genoano, come si vorrebbe. Anzi.

Nel ’64 il presidente rossoblù Giacomo Berrini mette sul mercato Gigi Meroni, l’idolo della piazza. I tifosi genoani aprono una sottoscrizione per convincere Berrino a trattenerlo. Mantovani versa un paio di milioni, perché ritiene che Meroni sia un patrimonio calcistico della città. Meroni va lo stesso al Torino e per Mantovani il Genoa cessa di esistere. Se non come avversario.
E’ tempo di fare calcio. Il presidente della Sampdoria è Glauco Lolli Ghetti, un farmacista ciociaro che, sposando la figlia dell’armatore Bibolini, ha messo radici (ricche) a Genova. Mantovani entra in consiglio. Addetto alle pr e ai rapporti con i tifosi. Ogni mattina raccoglie gli articoli usciti sulla stampa e li cataloga. Da presidente abolirà la carica dell’addetto stampa: “I giornalisti le notizie se le devono cercare da soli”. Resta un paio d’anni, poi esce. Il petrolio lo assorbe. Fonda con due amici, Lorenzo Noli e Mario Contini, la Pontoil, una società che si occupa di trading petrolifero. Il suo lavoro è stare notti intere al telefono e dirottare petroliere e cisterne da un porto all’altro, in base alla convenienza dei prezzi del greggio. “Ogni volta che suonava il telefono mi accendevo una sigaretta”, racconterà. Difatti è diventato un fumatore da 80 Mercedes al giorno. Col filtro, però.

La sua fortuna (cercata) sta nel contratto stipulato per conto della Pontoil da Alfonso Mondini, fratello di Giampiero, il cognato di Riccardo Garrone, con l’Emiro del Kuwait. Fino a 150mila barili di greggio al giorno, a prezzo fisso, mentre la concorrenza annaspa, schiacciata dall’aumento vertiginoso dei prezzi seguito alla crisi petrolifera del 1973. E’ il bengodi, la Pontoil guadagna cifre pazzesche e Mantovani torna a pensare al calcio.

La Sampdoria nel frattempo è retrocessa in B, Lolli Ghetti ha lasciato e un gruppo di amici (De Franceschini, Montefiori, Garufi, Gigione Costa, Rolandi) tenta di tenerla a galla. Non ci sono soldi nelle casse sociali. Si rischia il fallimento. La svolta arriva ai primi di luglio del ’79. Pressato dai dirigenti blucerchiati, Mantovani cede. In quattro e quattr’otto acquista il club. Versa dieci miliardi in contanti, si accolla i debiti degli amici e si mette all’opera. Il socio Cotini, genoano sfegatato, non la prende bene.

Mantovani lo costringe a giurare che non prenderà mai il Genoa. “Non possiamo guidare due squadre di calcio nella stessa città”. Mondini si piega. Tre anni pe tornare in serie A, costellati di un infarto a Cagliari – Mantovani salvato dai medici dell’ospedale si sdebitò regalando una costosa apparecchiatura cardiaca – l’esilio volontario a Ginevra per curarsi la salute e dipanare la grana giudiziaria che aveva condotto a processo la Pontoil per presunte irregolarità fiscali. Rientrato dalla Svizzera, Mantovani fu l’unico dei tre soci ad affrontare il tribunale. E venne assolto.

In A (1982) il primo colpo fu Roberto Mancini. Paolo Borea, il nuovo ds, subentrato a Claudio Nassi, agganciò il talentuoso ragazzino, sbocciato in A col Bologna a neppure 17 anni. Tre miliardi al club petroniano e Mancini a Genova. L’emissario della Juve, un noto giornalista sportivo, piombò a Milano Marittima dove il Mancio era in vacanza con i genitori, convinto di raccogliere il sì entusiasta del ragazzino, che oltretutto tifava Juve. Mancini invece lo gelò: “Mi dispiace, ho già dato la parola a Mantovani. Vado alla Sampdoria”. Lo scherzetto alla vecchia signora si ripeté l’anno seguente.

Alla Cremonese giocava un ventenne tutto muscoli e riccioli, si chiamava Gianluca Vialli. Mantovani offrì al patron grigiorosso Luzzara tre miliardi cash. Luzzara accettò e si tenne Vialli per un’altra stagione, centrando la promozione in A. La Juve lo aveva visionato ma gli osservatori bianconeri riferirono a Boniperti: “Vialli? Bravo ma non è da Juve”. L’anno dopo, Mantovani lo portò a Genova nonostante Boniperti avesse giocato al rialzo con Luzzara: “Se lo dai a me, ti do un miliardo in più”. Luzzara declinò: “Ho dato la mia parola a Paolo. Vialli va a Genova”. Mantovani si sdebitò pagando altri 300 milioni, più Chiorri, valutato 600 milioni.

Il terzo colpo lo mancò per colpa di un bicchiere di acqua gelata che lo costrinse a rientrare a casa mentre stava dirigendosi a Milano per firmare il contratto. Era Roberto Baggio che passò invece alla Fiorentina del ds Nassi.
Con la coppia Mancini-Vialli si misero le basi per tutti i successivi successi.
Con Pagliuca, Mannini, Vierchowod, Pari, Salsano, Pellegrini, Ivano Bonetti, Cerezo, Dossena si costruì la squadra dello scudetto. Quei due là davanti, tanto diversi fra loro e pertanto perfettamente complementari, per otto anni insieme si divertirono a miracol mostrare e a deliziare le platee d’Italia e d’Europa. I giornalisti che li avevano ribattezzati la coppia del non gol e avevano infierito su Mancini e Vialli al Mondiale del ’90, dovettero ingoiare fiele e ricredersi. La Sampdoria vinse il primo scudetto della propria storia e alla gentile intervistatrice che gli chiese alla “Domenica sportiva” se quella vittoria apparteneva a tutta la città, Mantovani rispose: “No, è lo scudetto della Sampdoria. E basta”. La città istituzionale, ancora cromosomicamente genoana, non aveva fatto che mettergli i bastoni fra le ruote. Aveva addirittura demolito mezzo stadio, riducendolo ad appena 22mila posti. “Tanto per quelli là” (i tifosi doriani, ndr) bastano e avanzano”: parole dell’assessore allo sport Epifani, sfegatato fan del Grifone.

Eppure i rapporti con l’altra sponda calcistica furono sempre corretti. Claudio Bosotin, il capo degli Ultras che Mantovani aveva astutamente assunto come magazziniere a Bogliasco per controllare le teste più calde della “Sud”, convinse Mancini a lanciare un referendum per cambiare il nome allo stadio genovese, intitolato a Luigi Ferraris, ex capitano del Genoa , caduto nella Grande Guerra. Mantovani si infuriò (il papà aveva combattuto nel 15/18) e redarguì i due
monelli. Se mai il referendum si fosse tenuto – annunciò pubblicamente - avrebbe chiesto il permesso di andare a votare nella sede del Genoa, naturalmente per conservare l’intitolazione a Ferraris. I tifosi genoani apprezzarono il gesto. Difatti nel giorno dei funerali del presidente blucerchiato, tra i 40mila che confluirono alla chiesa di Santa Teresa e nelle strade del quartiere di Albaro, c’era anche la squadra del Genoa al completo, guidata dal presidente Aldo Spinelli, che con Mantovani aveva condotto tante battaglie, in città e in Lega calcio. E numerosi tifosi genoani. Una cosa mai vista. Sulle note festose di “What a friend we have in Jesus”, un gospel blues suonato dalla Heritage Hall Marching Band convocata da New Orleans per espresso desiderio dello Scomparso, Paolo Mantovani disse addio a questa terra. Ora riposa nel cimiterino di Bogliasco, a poche centinaia di metri dal centro sportivo della Sampdoria.

Lo società passò nelle mani del secondogenito, Enrico. “Non ci sarà un altro Mantovani dopo di me alla Sampdoria”, aveva dichiarato a chi scrive il presidente in un’intervista del 1990 per il “Guerin Sportivo”. “E non devo spiegare perché”. Aveva chiesto ai quattro figli di giurare che si sarebbero conformati al suo desiderio. Enrico, evidentemente, non aveva giurato.