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Stavolta ha ragione Sarri, su tutto. Numero uno (quasi banale): sul fatto che si gioca troppo, una partita dopo l’altra, dalle nazionali ai club, un’assoluta e totale follia. Numero due (meno banale): sul fatto che tocchi ai calciatori sollevare il caso anche in modo clamoroso, se occorre - perché no? - attraverso lo sciopero, una parola che fa sobbalzare quando viene avvicinata a professionisti strapagati ma che in questo caso avrebbe assolutamente un senso.

Il calendario del calcio è oggi inaccettabile: le squadre che partecipano alle coppe non hanno una settimana di pausa, i giocatori che vanno in nazionale (quasi tutti coloro i quali fanno parte delle grandi) ancora di meno. Il danno è evidente e plurimo: meno spettacolo, più infortuni, meno credibilità a causa delle assenze e dei giocatori stanchi o fuori condizione. Il dato di fatto acclarato è che a nessuna associazione posta a capo del movimento interessa qualcosa di tutto questo: la Fifa, la Uefa e le Leghe nazionali (espressioni dei club) anziché ridurre il numero delle partite e snellire le competizioni se ne inventano sempre di nuove, una volta la Nations League, un’altra la Conference League, addirittura i Mondiali ogni due anni. Cosa importa se i giocatori si fanno male o le partite sono brutte? Niente: basta fare soldi, spremendo i giocatori (fisicamente) e i tifosi (finanziariamente).

Pensiamo da tempo che solo i calciatori possano porre un freno a questa frenetica - e a lungo andare probabilmente dannosa - corsa al denaro. Del resto sono loro gli attori, i protagonisti, gli unici elementi indispensabili affinché il calcio vada in scena. Si può giocare senza Infantino e senza Ceferin, senza i tifosi (ce ne siamo accorti, ahinoi) e ovviamente senza i giornalisti, ma senza i calciatori no, non si può giocare. E allora siano loro a dire basta, incrociando le braccia, anzi le gambe, e gridando: riduciamo le partite, troviamo assieme un modo per riuscirci, perché altrimenti non andiamo più in campo. Oltre che un intervento in favore dello spettacolo e contro gli infortuni, in questo modo i calciatori probabilmente proteggerebbero anche il loro futuro: siamo sicuri che atleti così spremuti dal punto di vista atletico possano affrontare l’età della maturità, la loro vita dopo il pallone, senza conseguenze fisiche?
Sappiamo quali saranno, adesso, le obiezioni: ma come, scioperano i calciatori che guadagnano milioni su milioni? Un’osservazione davvero troppo scontata, perché non sta scritto da nessuna parte che un lavoratore, solo perché viene strapagato, debba mettere a repentaglio la propria salute. E, soprattutto, un’eventuale clamorosa protesta di questo tipo non sarebbe a protezione solo degli stessi giocatori, ma anche a tutela di chi, come noi, il calcio lo vive e lo vede: guardare qualche partita in meno, ma molto più bella, sarebbe un vantaggio per tutti.

@steagresti