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In morte di Pietro Mennea, il nostro Figlio del Vento, ucciso dal cancro a soli 60 anni, a commuoverci e ad emozionarci non è solo e soltanto il ricordo delle sue straordinarie imprese sportive, dei suoi record e delle sue cinque Olimpiadi, delle sue quattro finali olimpiche consecutive.

In morte di Pietro Mennea, un Grande Italiano che appartiene alla storia dello sport mondiale, ci colpisce la verità della regola di vita che dà il titolo a uno dei suoi libri migliori: "La corsa non finisce mai". 

In morte di Pietro Mennea, se gli uomini si giudicano dalle loro azioni e non dalle loro parole, è impressionante ciò che ha fatto nella sua vita l'ex ragazzo di Barletta che, a 15 anni, sfidava una Porsche e un'Alfa Romeo 1750, battendole sui 50 metri per vincere le 500 lire con le quali andare al cinema.

Diplomato all'Isef, laureato per quattro volte (scienze politiche, giurisprudenza, lettere, scienze motorie), avvocato e dottore commercialista, curatore fallimentare, scrittore e autore di venti libri, docente universitario, direttore generale della Salernitana, europarlamentare per una legislatura, promotore assieme alla moglie della Fondazione Pietro Mennea che aiuta gli umili e i più deboli, sostiene le attività culturali e la lotta al doping. E ancora: promotore negli Stati Uniti della class action di numerosi risparmiatori italiani contro Lehman Brothers, nel cui spaventoso crac affondano le radici della crisi economica mondiale.

La sua opposizione al doping è sempre stata durissima e implacabile: "Ho cercato di trasmettere le mie esperienza nei numerosi libri che ho scritto, soprattutto per stimolare i giovani a credere nello sport vero. Ricordando che il doping è il primo nemico delle regole agonistiche anche, se, costituendo un business gigantesco, purtroppo è una piaga difficile da estirpare. La mia longevità sportivo è un punto d'orgoglio perchè figlia di sacrifici, fatica, passione, allenamenti massacranti".

Sacrifici, fatica, allenamenti massacranti, passione: pensi a Mennea, rileggi le sue parole e chissà come mai ti vengono in mente alcuni somari che oggi si dicono atleti, di qualunque disciplina, invece concentrati di orecchini, tatuaggi, (con tutto il rispetto per il piercing e il tattoo), tamarraggine, incultura, presunzione, arroganza.

In morte di Pietro Mennea, bisogna ricordare che, sempre, è rimasto orgogliosamente fuori dal Palazzo. Sempre. Cocciutamente, congenitamente è stato contro il Palazzo, le sue camarille, i suoi quaquaraquà, i suoi giochi di potere.

In un Paese normale, un Mito come lui sarebbe diventato presidente del Comitato Olimpico, capo dello sport, ministro dello sport e non soltanto dello sport. Nel nostro meraviglioso Paese, molte delle prefiche che in queste ore rilasciano dichiarazioni di circostanza, gli hanno fatto una guerra spietata. Mennea era troppo bravo, troppo grande, troppo ingombrante. Era Troppo Tutto. Se n'è andato un Gigante. In giro, restano troppi nani. 

Xavier Jacobelli

Direttore Editoriale www.calciomercato.com