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    Hulse, c'è vita dopo il calcio, anche dopo una caviglia spezzata sotto gli occhi di Mourinho

    Hulse, c'è vita dopo il calcio, anche dopo una caviglia spezzata sotto gli occhi di Mourinho

    • Remo Gandolfi
      Remo Gandolfi
    E’ il 17 marzo del 2007.

    Allo Stamford Bridge di Londra si gioca Chelsea vs Sheffield United.


    Il Chelsea è in lotta per un posto nella prossima Champions League mentre lo Sheffield United alla sua prima stagione in Premier dopo 12 anni di esilio nella serie cadetta è impegnato anima e corpo nella lotta per mantenere la categoria.

    Le possibilità di farcela sono cospicue.

    Al momento di scendere in campo le “Blades” sono al 16mo posto in classifica con un margine confortante di 7 punti di vantaggio sul Charlton Athletic che è terz’ultimo.

    Considerate le previsioni dei bookmakers dell’agosto precedente sarebbe un’autentica impresa visto che i ragazzi del manager Neil Warnock erano tra i candidati più certi al ritorno in Championship.

    Il Chelsea è un autentico squadrone composto da giocatori del valore di Didier Drogba, Frank Lampard, Arjen Robben, John Terry e Michael Ballack e da quasi tutti gli osservatori è considerata la rivale più accreditata del Manchester United di Sir Alex Ferguson.

    La partita dopo un quarto d’ora di gioco pare già incanalata verso la sua conclusione più logica: una rotonda vittoria dei Blues. Andriy Shevchenko e Salomon Kalou hanno portato il Chelsea sul due a zero.

    Non sono ancora passati 20 minuti di gioco.

    La partita sembra già chiusa. Ma lo Sheffield United non ha nessuna intenzione di arrendersi così facilmente.

    Nel giro di 3 minuti crea due palle gol prima con un tiro di Colin Kazim-Richards e poi con una rovesciata di Rob Hulse che finisce di un soffio a lato con Petr Cech immobile.

    Le “Blades” prendono coraggio.

    Si apre uno spazio sulla sinistra della difesa dei Blues.

    Gary Gillespie arriva sulla linea di fondo. I cross per la testa di Rob Hulse sono l’arma più importante ed efficace per scardinare le difese avversarie.

    E’ stato così per tutto il campionato.

    Stavolta però il cross è rasoterra ed è indirizzato verso il primo palo.

    Hulse si è già mosso in quella direzione. 

    Sembra l’azione fotocopia del gol all’Everton del precedente incontro di campionato.

    Il numero 9 dello Sheffield si lancia in scivolata anticipando di un soffio sia il difensore Khalid Boulahrouz che il portiere Cech.

    Il pallone colpito da Hulse impatta sul corpo di Cech e rimbalza verso il centro dell’area.

    Il gol che potrebbe riaprire il match non si concretizza.

    Ma succede qualcosa di peggio.


    Di molto peggio.

    Hulse rimane a terra e porta immediatamente le mani verso il volto.

    Quando si alza e vede il suo piede sinistro il suo viso sbianca in maniera impressionante.

    Cech lo soccorre, gli parla.

    Hulse gli indica il suo piede.

    Cech si gira e un istante dopo si porta un braccio davanti agli occhi allontanandosi dalla scena.

    Il piede sinistro di Hulse è girato al contrario e penzola come se fosse staccato dal resto della gamba.

    Rob Hulse uscirà in barella più di cinque minuti dopo, con l’arto bloccato e accompagnato dagli applausi del pubblico di  Stamford Bridge.

    Per lui una doppia frattura alla caviglia sinistra.

    Perso il loro uomo-gol le Blades vinceranno solo due delle ultime otto partite di campionato e sarà la sconfitta interna nell’ultimo match di campionato in casa con il Wigan a condannare il Clu di Bramall Lane ad una retrocessione che solo poche settimane prima sembrava scongiurata.

    Rob Hulse tornerò in campo 9 mesi dopo, con lo Sheffield United in Championship.

    … nelle 21 partite che giocherò in quella stagione “Hulsey” non riuscirà neppure una volta a trovare la via del gol …


    Non c’è un solo tifoso nella metà biancorossa di Sheffield che non sia assolutamente convinto che l’infortunio a Rob Hulse sia stato un fattore decisivo per le sorti di una stagione fino a quel momento eccellente.

    Fin dalla primissima partita di quel campionato giocata al Bramall Lane contro il Liverpool, era apparso a tutti evidente che il calcio voluto da Neil Warnock, intriso delle più pure caratteristiche della filosofia del calcio britannico, ruotava intorno alla figura del classico “target man”, il giocatore che faceva da punto di riferimento per tutte le manovre offensiva, che “sgonfiava” palloni su palloni rendendoli giocabili per i compagni e che senza cercare numeri da circo li appoggiava ai compagni per poi andare in area di rigore ad aspettare i cross di cui si sono sfamati generazioni di centravanti britannici.

    In quella partita fu proprio una perentoria zuccata di Rob Hulse a portare in vantaggio le “Blades” prima  che un rigore realizzato da Robbie Fowler fissasse il punteggio sull’1 a 1 finale.

    Rob Hulse per tutta la stagione fu una delle rivelazioni dello Sheffield e della Premier League.

    Lui che in Premier ci arrivato a quasi 27 anni dopo una lunga gavetta iniziata nel piccolo Crewe Alexandra sotto la guida illuminata del manager milanese Dario Gradi.

    In quegli anni formò una straordinaria coppia d'attacco con Dean Ashton che da lì ad un paio di stagioni diventerà uno degli attaccanti più ambiti del calcio inglese.

    Le prestazioni e i gol di Hulse fecero altrettanto.

    Dopo un’altra grande stagione con il Crewe per Hulse si scatena un’asta che coinvolge praticamente tutte le più forti squadre della Championship, la serie cadetta inglese.

    A spuntarla è il West Bromwich Albion che punta all’immediato ritorno in Premiership dopo la retrocessione della stagione precedente.

    L’aitante centravanti di Crewe non tradisce le attese. E’ il miglior realizzatore del team che grazie ai suoi gol permette ai “Baggies” di tornare immediatamente in Premier.

    Solo che sia Gary Megson che in seguito Bryan Robson, i due manager succedutisi sulla panchina del WBA non ritengono Hulse sufficientemente maturo e in grado di guidare l’attacco dei Baggies in Premier. Nell’estate del 2004 vengono acquistati ben tre attaccanti (Kanu. Earnshaw e Horsfield) ai quali si aggiunge l’ex Arsenal Kevin Campbell a gennaio.

    Per Hulse non c’è più spazio.

    Lo Stoke City di Tony Pulis è pronto a sborsare 1.2 milioni di sterline per “Hulsey” che però preferisce trasferirsi in prestito al Leeds United fino al termine della stagione.

    Il suo impatto con i “Whites” di Elland Road è devastante.

    Due gol (splendidi)
    all’esordio contro il Reading e altri quattro nel finale di stagione convincono la dirigenza del Leeds a mettere mano al portafogli per trasformare il prestito in acquisto definitivo.

    Nella stagione successiva il Leeds sfiorerà la promozione in Premier.

    Arriverà alla finale dei play-off a Wembley ma perderà nettamente contro il Watford.

    Hulse sarà per l’ennesima volta il miglior realizzatore del proprio team, con 13 reti in campionato.

    La Premier per lui sembra però stregata.

    Ma c’è qualcuno convinto che le sue caratteristiche di “ariete” vecchio stampo siano ancora imprescindibili anche in Premier e anche in un calcio inglese che sta piano piano cambiando, assomigliando ogni giorno di più a quello proposto nel resto del continente europeo.

    E’ Neil Warnock che spende più del doppio (2.5 milioni di sterline) di quanto speso dal Leeds solo un anno prima. Lo vuole per guidare l’attacco delle Blades, neo promosse in Premier.

    … e fino a quel maledetto 17 marzo i fatti gli daranno totalmente ragione.



    ANEDDOTI E CURIOSITA’

    Hulse e Dario Gradi si conoscono nell’estate del 1989. Rob non ha ancora 10 anni quando decide di iscriversi ad un campo estivo organizzato proprio dal manager dei “Railwaymen”. Al termine di quell’estate a Rob Hulse viene offerta la possibilità di entrare nel settore giovanile.

    Farà tutta la trafila prima dell’esordio in prima squadra contro il Norwich nel marzo del 2000.

    Non sarà tutto rose e fiori per Hulse che un anno prima del suo debutto in prima squadra dovrà subire una delicata operazione alla spina dorsale che metterà a repentaglio il suo futuro di calciatore. Sono mesi di ansia e di incertezza per il promettente giovane attaccante.

    Appena torna in condizione il Crewe lo manda in prestito in una squadra di dilettanti, l’Hyde United. “O imparavo a nuotare o affogavo. Questa la prospettiva all’epoca” ricorda oggi Hulse. “In un calcio estremamente fisico come quello di quel campionato temevo ogni volta che il dolore alla schiena potesse ricomparire”.

    Invece le cose vanno alla grande.

    Hulse segna 9 reti in 11 partite e riconoscerà sempre grande merito a quel periodo “formativo”.

    “In un match contro il Blyth dopo dieci minuti di gioco eravamo sotto tre reti a zero. Rimontammo nella ripresa vincendo l’incontro per quattro a tre. Tifosi e giocatori del Blyth non la presero bene. Finì con una scazzottata colossale !”

    L’arrivo al WBA sarà scioccante per Hulse.

    E’ cresciuto in un team, il Crewe, dove la tecnica è alla base di ogni allenamento e fin dalle giovanili viene privilegiata su tutto il resto. La palla si gioca a terra e il controllo della stessa è fondamentale per sviluppare il gioco voluto da Dario Gradi. Gary Megson, il manager del West Bromwich, è un appassionato seguace del pensiero di Charles Hughes, il creatore del gioco “palla lunga” o detto finemente, della “massima opportunità” con il minimo sforzo. Dagli studi di Hughes si evinceva infatti che la maggior parte dei gol arrivano dopo al massimo tre passaggi. Questo vuol dire scavalcare  il centrocampo facendo arrivare la palla in area con la maggior frequenza possibile.

    Alla prima partita di Hulse contro il Walsall (terminata con una netta sconfitta per 4 reti ad 1) si sentirà come un pesce fuor d’acqua. “La palla più bassa che ho ricevuto era all’altezza del petto. Quel giorno mi chiese se avevo fatto la scelta giusta …”

    In realtà ci vorranno pochissime partite per integrarsi nello stile di gioco voluto da Megson. Nei primi tre mesi di campionato Hulse segna 9 reti e il WBA è nelle zone alte della classifica.

    A Novembre però arriva una brutta pubalgia che lo tiene fuori per diverse settimane.

    Hulse rientra ma il problema non si è risolto. C’è da conquistare la promozione e Rob continua a giocare nonostante il dolore.

    Nel girone di ritorno segnerà un solo gol.

    Nell’estate successiva Hulse deve fermarsi completamente per poter recuperare al 100%.

    E’ in questo momento che Megson si convince che occorrono nuovi attaccanti per la Premier.

    “Nella stagione successiva Megson venne licenziato dopo un pugno di partite. Arrivò Bryan Robson. Non mi conosceva e al Club c’erano già tanti ottimi attaccanti. Ricordo che entrai in campo in qualche partita. In una contro il Liverpool giocai da centrocampista di sinistra e contro il Manchester City addirittura da terzino destro !” ricorda oggi Hulse con un sorriso.

    Quando arriva il Leeds a richiederlo Hulse non ci pensa due volte. “Avevo bisogno di tornare a giocare con regolarità e il Leeds era la squadra perfetta. E poi segnare due reti all’esordio (due missili da fuori area) mi aiutò non poco ad inserirmi nel Club!” ricorda il bomber di Crewe.

    “La passione dei tifosi di Leeds verso la propria squadra è qualcosa di difficilmente spiegabile. Dopo gli anni d’oro con le partecipazioni in Champions League quando arrivai io il Club era appena retrocesso in Championship ma il calore dei tifosi e il supporto non si erano affievoliti minimamente”.

    Resta il grande rimpianto per non aver raggiunto la promozione con i “Whites”.

    Il Leeds come detto arrivò alla finale dei play-off a Wembley contro il Watford ma non fu mai in partita. Un secco tre a zero per gli Hornets condannava i bianchi di Elland Road ad un altro anno in purgatorio.

    “Quel giorno il manager (Kevin Blackwell) decise di cambiare il nostro solito schema utilizzando il sottoscritto come unica punta. Il terreno di gioco di Wembley è molto grande e io mi trovavo spesso molto lontano dai miei compagni di squadra. Così isolato fu davvero difficile riuscire ad incidere nel match” ammette con rammarico “Hulsey”.

    Dopo il grave infortunio con lo Sheffield United occorrono due stagioni intere ad Hulse per ritrovare le vecchie sensazioni. E’ il Derby County che si fa avanti per il longilineo attaccante.

    “Anche se i risultati non furono eccezionali ho un ottimo ricordo delle due stagioni con i “Rams”. Il feeling con i tifosi è sempre stato eccellente e credo di aver fatto sempre la mia parte” afferma oggi Hulse parlando di quel periodo.

    Nel 2010 il Derby County arriva addirittura in semifinale di Coppa di Lega. Avversario è il Manchester United di Alex Ferguson. Nel match d’andata i “Rams” si impongono per una rete a zero. Al termine della partita Jonny Evans, il difensore centrale del Manchester United (oggi in forza al Leicester) ammetterà che “non ho mai incontrato un avversario diretto tosto come Rob Hulse. Non ti lascia un attimo di respiro e fisicamente ha delle doti eccellenti”. … frase importante per uno che in Premier giocava abitualmente contro Drogba, Fernando Torres o Adebayor … 

    Nel 2010 è Neil Warnock a rivolerlo con lui stavolta nel file del QPR. I continui guai muscolari impediscono a Hulse di giocare ai suoi livelli abituali e così al termine della stagione 2012-2013, a soli 33 anni di età, Rob Hulse decide di ritirarsi dal calcio giocato.

    Ha un grande progetto al quale sta pensando ormai da qualche tempo: diventare fisioterapista.

    Hulse si lancia anima e corpo nel progetto e nel 2017 arriva il diploma come miglior alunno del suo corso alla Salford University.

    Ora Robert William Hulse lavora in un ospedale pubblico, il Russels Hall Hospital di Dudley.

    Ed è un uomo felice e realizzato.

    “Vincere partite di calcio e segnare dei gol è sicuramente piacevole ma la sensazione che si prova quando riesci ad essere davvero utile a qualcuno non ha paragoni. Lavorare con persone anziane a cui riesci a ridare un po’ di forza e un po’ di fiducia è gratificante come lo è aiutare chi è reduce da gravi incidenti con un futuro incerto davanti. Queste cose realmente non hanno prezzo anche se gli alti e bassi di questo lavoro sono a volte difficili da gestire a livello emotivo.”

    L’ultima frase di questa intervista è però una presa di posizione importante e coraggiosa.

    “Non sopporto l’idea di una assistenza privata sempre più a discapito di quella pubblica. Il NHS (Servizio Sanitario Nazionale) è un’istituzione meravigliosa di cui andare fieri e va rafforzata, non indebolita”.

    Rob Hulse, fedele alle sue parole, ha scelto di lavorare in un ospedale pubblico. Lavorando dalle 8 di mattina alle 6 di sera con una pausa pranzo di mezz’ora per un the e un sandwich … rifiutando l’offerta di squadre di Prima Divisione e addirittura due di cricket disposte a remunerarlo assai meglio.

    “Magari un giorno deciderò di farlo. Ma per ora il contatto con le persone è la cosa che mi arricchisce e mi gratifica di più” spiega Hulse.

    Buon lavoro Rob. Dimostrazione vivente che c’è VITA DOPO IL CALCIO.

    … basta avere un po’ di coraggio. 


    Hulse, c'è vita dopo il calcio, anche dopo una caviglia spezzata sotto gli occhi di Mourinho

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