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Ibrahimovic è come il Cacao Meravigliao

Ibrahimovic è come il Cacao Meravigliao

  • Furio Zara
    Furio Zara
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Quando ultimamente si affronta il tema Ibrahimovic si è indecisi se si sta parlando di lui o del suo ologramma. Con tutto il rispetto che si deve al fuoriclasse e alla sua straordinaria storia, la notizia della nuova convocazione in Nazionale somiglia a quelle apparizioni nelle trasmissioni revival che premono l’acceleratore sulla nostalgia.

Zavorrato da un’età che ha come unico scivolo il viale del tramonto, Ibra sa bene - e al netto degli slogan da califfo, lo sa meglio di tutti - che a quarantuno anni non è più lo Zlatan che è stato e non lo sarà più. Deve solo decidere cosa è adesso. Proprio ora. Proprio qui. In questa stagione ha giocato tre partite, anzi tre spezzoni di partita, per un totale di minuti in numero di sessantotto. Poco più di un’ora in campo. Senza incidere, ma questo è chiaro. Portando in dote la sua presenza totemica.

Perché oggi Ibra - più ancora che un calciatore - è un totem. Si è molto argomentato dall’inizio della stagione, da quando cioè è stato costretto a fermarsi per l’operazione al ginocchio, sul potere sciamanico di Zlatan, sulla sua capacità di essere presente anche quando era assente, e comunque di far pesare la sua presenza e rassicurare il gruppo, come direbbe Giucas Casella: con la sola imposizione delle mani. Va bene che il calcio è diventato sempre più uno spot e che di ogni giocatore non ci interessa più il film completo, ma soltanto il trailer con i momenti salienti; ma sull’importanza di Ibra al centro della chiesa-Milan si può discutere a lungo e i pareri saranno comunque discordanti.

La sensazione, grattando sotto la superficie, è che il marchio Ibra valga per tutta l’aura che si porta dietro. Un po’ come funzionava con il famoso Cacao Meravigliao di Renzo Arbore: la gente guardava le ballerine ballare al ritmo di samba canticchiando “Cacao Meravigliao/che meraviglia sto cacao” e il giorno dopo faceva la fila al supermercato chiedendo un prodotto che non esisteva.

Domanda delle cento pistole: Ibra esiste ancora? Per rispondere, dobbiamo prendere la giusta distanza. E la risposta è no, certo che no, non esiste più l’Ibrahimovic che abbiamo ammirato estasiati per tanti anni e non esisterà più. Esiste invece qualcosa di diverso. Un campione che ha spostato in là l’orizzonte, ha dato un calcio al Tempo e ha scolorato l’anagrafe. L’ha fatto - indubbiamente gli va riconosciuto - per provare a rimanere agganciato all’idea più bella che ha di se stesso. Probabilmente persino più per passione che per calcolo: e questo gli fa onore. Ma cosa è in grado di offrire oggi Ibra alle proprie squadre, siano esse il Milan e la Svezia? Due battiti di nostalgia, dieci minuti da totem, un'intera partita vissuta dalla panchina, con quegli sguardi che ogni bravo telecronista descriverà come grondanti di carisma e personalità.

Altro? Oggi Ibra, in un calcio vecchio come il nostro - e ci si domanda davvero se in Svezia non esista un centravanti di vent’anni che possa far meglio di lui - è più di ogni altra cosa una narrazione, una bella e consolante narrazione. Ibra serve più che altro a se stesso. La verità è che ritagliandosi questo nuovo ruolo da capitano-(non) giocatore, Ibra ha fatto un ulteriore passo nell’evoluzione della specie pallonara: tra un film di Asterix e una pubblicità in prime-time, tra una comparsata in tivù e una mezz'oretta in campo con la Salernitana, tra la quotidianità di business-man e il video-spot di lui che gioca con il figlio; il Campione ha diversificato i suoi interessi, sta piazzando il suo marchio in più piattaforme, sempre più non fa notizia, ma è egli stesso la notizia (anche senza fare nulla di preciso) e nel mentre continua ad alimentare la sua biografia, anche se il tempo passa e il nostro caro Zlatan Ibrahimovic somiglia sempre più a un fermo-immagine.

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