E' stata un'esplosione di gioia fuori dal comune quella che hanno avuto i tifosi del Blackpool sabato scorso, quando nella sfida casalinga valida per la League One contro il Southend United hanno letteralmente invaso il campo di Bloomfield Road, dopo il gol del 2-2 di Tayloor Moore, giunto in pieno recupero al novantaseiesimo minuto. Un'esultanza pazza e disperata, che più che festeggiare un gol valido per un pareggio dalla relativa importanza, assomigliava molto di più ad un vero e proprio grido di liberazione collettivo, visto che quei tifosi festeggiavano soprattutto la vittoria di una guerra lunga, anzi lunghissima cominciata molti anni prima contro la famiglia Oyston che per oltre trent'anni è stata a capo della squadra dei mandarini, la squadra con la quale il leggendario Stanley Mathews (da molti ritenuto il più grande calciatore inglese di sempre) vinse il suo unico trofeo, ovvero la Coppa d'Inghilterra del 1953. Una guerra a oltranza e senza esclusione di colpi, quella dei tifosi arancioni contro la famiglia Oyston, che sembrava non dovesse finire mai, perchè in questi lunghi anni hanno fatto di tutto e di più per riappropriarsi di un club prigioniero di una famiglia che pensava solo ai propri interessi.

Una guerra che per certi aspetti racchiude tematiche fondamentali per tutto il mondo del calcio, e che in Inghilterra è stata seguita con attenzione a partecipazione anche da tante altre tifoserie. Perchè da una parte c'erano i sentimenti e la passione di un popolo come quello delle tifoserie inglesi, da sempre impegnate in una lotta senza quartiere per provare a conservare lo spirito di un calcio che dal 1992 in poi si è snaturato sempre di più, svendendosi a logiche di mercato, che soprattutto in contee come quella di Blackpool non sono mai state metabolizzate del tutto. Dall'altra invece c'era una proprietà che negli ultimi anni ne aveva fatta di cotte e di crude, tra cadute e risalite, investimenti sbagliati, speculazioni smodate ma soprattutto guerre intestine tra una famiglia sempre al centro di scandali clamorosi come quella degli Oyston, che dal lontano 1988 in un modo o nell'altro è riuscita sempre a rimanere in sella, e una figura ambigua come quella di Valeri Belokon un misterioso lettone dall'oscuro passato e in odore di legami con quello che fu il leggendario KGB.

Una guerra che sembra ormai agli sgoccioli, visto che gli Oyston hanno subito una terribile batosta economica in seguito all'annosa e interminabile battaglia legale intrapresa contro Belokon, tanto che ormai nella proprietà del club, mantengono solo un ruolo puramente nominale con la presidenza di Karl figlio del più famoso e famigerato Owen Oyston; una sorta di Barry Lyndon dallo stile alquanto improbabile che nel corso dei decenni ha saputo si farsi da solo, ma che non è mai riuscito a stare lontano dagli scandali legati agli stupri, che ne hanno infangato ripetutamente la reputazione. Ma non è di questo che ci interessa parlare, quanto soprattutto dell'orgoglio di una tifoseria come quella dei mandarini che non hai mai voluto arrendersi a tutto ciò, e che nel corso degli anni ha organizzato di tutto per protestare: dal boicottaggio etico, volto a danneggiare il merchandising del club, agli spalti sempre più vuoti di Blomfield Road, con una media spettatori che negli ultimi 5 anni calava con una perdita di 4.000 tifosi a stagione, una vera e propria emorragia che aveva svuotato Bloomfield Road dei suoi storici 20.000 tifosi sempre presenti in Premier, Championship o League One, e che nell'ultima stagione erano arrivati a poco più di 3.000 presenze a partita.

Per non parlare poi dei casi isolati come quel tifoso salito per protesta sul tetto del pulman dell'Arsenal prima dell'inizio di una partita di Coppa di Lega, fino ad arrivare al Judgement Day (Giorno del Giudizio), organizzato per tre anni di fila dai tifosi mandarini, una protesta rumorosa, chiassosa ma assolutamente pacifica che manifestava per le strade della città avvalendosi anche della presenza di tifoserie che in altri momenti erano state tradizionali avversarie della squadre arancione. Insomma una sorta di vera e propria ribellione da parte del vecchio calcio delle contee periferiche d'oltremanica nei confronti non solo di una famiglia tirannica che non voleva cedere le sue quote di proprietà, ma soprattutto nei confronti di quel modello industriale che oggi sembra imprescindibile nel dorato mondo della Premier League. Un modello che però evidentemente sembra aver stancato il vecchio cuore pulsante dei tifo inglese, un cuore magari vecchio, logoro ma ancora tremendamente vivo e capace di sussulti di orgoglio come quello di sabato scorso, un autentico ruggito di ribellione e passione, cosi vivo e cosi diverso da quegli applausi asettici e compassati che si vedono in certi stadi della Premier, sempre più simili a dei teatri viziati che a dei veri stadi.

@Dragomironero