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Ci sono modi di dire: "La luce in fondo al tunnel". Canzoni: "Il tunnel del divertimento" (cit. Caparezza). Tradizioni: "Nei tunnel del calcio succede di tutto". Si tramandano preistorie di quarant’anni fa. Chi giocava ad Avellino aveva ai polpacci i canelupo dei poliziotti che ringhiavano senza museruola. Quelli del Toro rigavano il pavimento con i tacchetti prima dei derby. Altri tempi.

Storie più recenti. Udinese-Inter di quasi vent’anni fa, vidi Roy Hodgson appostarsi dietro un angolo per aspettare Stefano Desideri che in campo aveva provocato l’espulsione di Ince. Il centrocampista italiano tese la mano all’allenatore inglese, che invece gli rifilò un pugno secco, forte, diretto e improvviso allo stomaco. Colpito, stupito e avvelenato in dosi uguali, Desideri lo rincorse urlando (in romanesco, il suo dialetto): "Anvedi st’inglese fijo de…". Lo fermarono in due, tre, quattro. Ma tutti inutili, perché Hodgson aveva sfruttato l’effetto sorpresa per imboccare la porta degli spogliatoi. Arrivederci e grazie: nessuno lo vide, non venne squalificato.

C’è un’infinità di storie, chiuse dentro ai tunnel che dal campo portano agli spogliatoi. Dopo un’Inter-Juve vidi gente che strepitava. Parolacce e minacce. Nella baruffa esagerata, che da tutti contro tutti si trasformava in nessuno contro nessuno, notai due sudamericani che ad incontrarli di notte c’era da farsi il segno della croce: Diego Pablo Simeone e Paolo Montero. Aspettavano quel momento, se l’erano promesso in campo. Ma c’era tanta gente e troppo chiasso, in quel tunnel. Allora si guardarono negli occhi. E si esortarono all’unisono: "Vamos, hijo de puta?” “Vamos!". Mirandosi con le fiamme negli occhi, li vidi dirigersi verso la piccola palestra dove le squadre si riscaldavano nei pre-partita. Mentre i compagni facevano polverone senza combinare nulla, Simeone e Montero avevano scelto un ring privato dove picchiarsi a mani nude. Un regolamento di conti senza spettatori. Per fortuna, trovarono la palestra chiusa. Sulla porta faceva la sentinella un omino esile, di una certa età. Uno steward, si direbbe adesso. I due sudamericani trovarono la porta chiusa, domandarono la chiave all’omino che esitò appena quei secondi necessari per far arrivare gente, giocatori, dirigenti, ispettori e pacieri di professione. Insomma, tutta quella carovana che si era appena azzuffata a parole nel tunnel. Mentre venivano allontanati l’uno dall’altro, Simeone e Montero si promisero “despues, hijo de…”. Invece dopo la doccia, passati davvero i bollenti spiriti, si dettero la mano. E nemici come prima. Ma senza fare a botte.

Se i tunnel degli stadi potessero raccontare quel che hanno visto, ci sarebbe da scrivere un libro. Un po’ romanzato, certo. Però senza pagine in carta da bollo tipo querele. Perché lì si regolano i conti, a volte. Ma appena si esce, qua la mano. Sennò, non saremo mai fuori dal tunnel.

 

Sandro Sabatini (giornalista Sky Sport)

sandrosabatini.com   -  @Sabatini