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Il Manchester City batte ancora il Paris Saint Germain (2-0) e guadagna per la prima volta nella sua storia la finale della Champions League. A Istanbul, il 29 maggio, chiunque arrivi tra Chelsea e Real Madrid, partirà dietro la corazzata di Pep Guardiola, l’unico al mondo a giocare senza centravanti pur avendo Aguero e Gabriel Jesus a disposizione (sono entrati a meno di dieci minuti dalla fine, come due riserve qualsiasi). Il Paris, dopo la finale persa l’anno scorso avendo in panchina Tuchel, fallisce su tutta la linea. Gioca male, gioca poco, non tira quasi mai e assiste quasi rassegnato all’esibizione degli avversari. Quando dicevo che Pochettino non è un allenatore adatto ad una grande squadra avevo dalla mia parte non solo i risultati (per vincere qualcosa - la Supercoppa di Francia - è dovuto andare in una delle squadre più ricche del mondo), ma le prestazioni, quasi sempre insufficienti, spesso inconsistenti, comunque perdenti. Ora per salvare la stagione, Pochettino dovrà vincere almeno il campionato nel quale è al secondo posto dietro il Lille. Stabilito, dunque, che Pochettino non ha il profilo né il rilievo per competizioni del genere, va spiegato che il City è più forte sia perché un allenatore vero ce l’ha, sia perché tutti i giocatori sanno quel che devono fare. 

Tra i francesi non ha giocato Mbappé e questo non è stato certo un vantaggio, anche se bisogna ricordare la sua prestazione deludente di sette giorni fa. Al contrario, dall’altra parte, hanno attaccato Mahrez (decisivo con una doppietta) e Foden (un palo) nel 4-3-3 visionario di Guardiola. Pessima la prestazione di Mauro Icardi (non un pallone giocato o giocabile), sostituito a poco meno di mezz’ora dalla fine da un opacissimo Kean. Il fatto è che c’è chi sa giocare senza attaccanti e chi, invece, annaspa anche se dispone di Neymar, irritante allo sfinimento, nel testardo tentativo di giocate individuali puntualmente stroncate dagli avversari. Comunque a determinare il doppio successo del City non è stato il sistema di gioco, né gli uomini, ma un modello collettivo che prevede possesso (ma meno rispetto a quando Guardiola allenava il Barcellona o il Bayern), movimenti senza palla, connessioni tra singoli e reparti, disponibilità, sacrificio e anche utilitarismo. Cosa s’intende per utilitarismo? S’intende che su un terreno ghiacciato per la neve caduta prima della partita (Manchester, 4 maggio), il City non sempre e volutamente ha costruito dal basso, ma a volte si è affidato al lancio lungo e preciso per favorire l’attacco alla profondità. Poi, avendo un portiere come Ederson, bravissimo con i piedi e soprattutto con il sinistro, la giocata non è stata certo casuale o liberatoria.

Per esempio sul primo gol (11’) l’estremo difensore del City ha visto la posizione di Zinchenko e lo ha cercato con un lancio profondo. Il terzino, vanamente inseguito da Florenzi e da Marquinhos, ha prodotto uno scatto da centometrista con il pallone, poi ha rimesso in mezzo all’indietro e rasoterra. Sul pallone è piombato De Bruyne, il cui tiro è stato deviato verso l’accorrente Mahrez che ha segnato in diagonale. Ora, raccontata così, sembra tutto merito del Manchester City. Invece c’è stata anche la colpa del Paris che non aveva organizzato le marcature preventive regalando l’intera meta campo allo scatto di Zinchenko. Quello che poteva fare, il Psg l’ha fatto nei dieci minuti successivi al gol subìto. Prima (16’) ha colpito una traversa con colpo di testa di Marquinhos (cross di Di Maria). Poi (19’) ancora Di Maria, sottratta palla ad un avversario incautamente servito corto da Ederson, ha tirato verso la porta vuota, con la palla che è uscita di un soffio. Eppure, solo per spiegare come è volubile il calcio, la partita avrebbe potuto prendere tutta un’altra direzione se al 7’ il Var non avesse corretto l’arbitro olandese Kuipers, che aveva decretato un rigore per il Psg, avendo visto un fallo di mano, assolutamente inesistente, di Zinchenko. In realtà il giocatore aveva colpito di spalla e l’arbitro ha prontamente rettificato una decisione sbagliata che avrebbe potuto favorire non poco i parigini. 

I quali poco hanno combinato nella ripresa. Se gli appunti non mentono, l’unico tiro verso la porta l’ha scagliato Ander Herrera, in sforbiciata, ed è stato murato da Ruben Dias. Diverso, invece, il ritmo del City con due occasioni per Foden (una fermata per fuorigioco, l’altra respinta da Keilor Navas), il gol del raddoppio (63’ contropiede di De Bruyne, passaggio a Foden e assist per Mahrez sul secondo palo), un palo di Foden (diagonale al 77’). Dieci minuti prima, espulso Di Maria per un pestone proditorio rifilato a Fernandinho nel tentativo di recuperare in fretta un pallone. Il resto è stata attesa dell’evento tanto agognato. Il City è in finale per la prima volta e, secondo me, anche vicinissimo ad una storica conquista della Champions.