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Antonio Conte è contento. Contento del pareggio ottenuto con il Borussia Monchegladbach, di quello di ieri sera contro lo Shakhtar Donetsk e perfino della sconfitta subita nel derby contro il Milan. L'allenatore dell'Inter questa volta però non fa una piega, sorride in conferenza stampa, predica calma in campo e, perfino contro una squadra chiusa che si è schierata quasi con un 6-4-0, impone a tutti i suoi uomini di "non forzare la giocata". 

ANESTETIZZATO DA VILLA BELLIN - Un Conte che sa prendere il lato positivo di ogni cosa, che guarda a un futuro roseo dimenticandosi dell'immediato, del presente, della necessità di vincere dei titoli. Non vi suona strano? A noi si e parecchio. Il tecnico salentino sembra quasi sia stato anestetizzato dai fatti avvenuti nel finale della passata annata e culminati con l'ormai celebre vertice di Villa Bellini. In quel pomeriggio varesino in cui lui e la dirigenza si sono venuti incontro, in quando uno scontro, economicamente, non sarebbe stato sostenibile, qualcosa è scattato. Sì ma a che prezzo?
CATTIVERIA -
L'Inter di Conte, diciamolo apertamente, non è mai stata maestra nella fase di costruzione della manovra. L'anno scorso, probabilmente sbagliando, in tanti hanno dato all'allenatore nerazzurro del contropiedista, quando in realtà il punto di forza della sua gestione è la riconquista della sfera nella trequarti offensiva e non ripartendo dal basso. Per farlo però la squadra viveva sulla bramosia e sul fervore agonistico del suo allenatore, che in panchina come nelle conferenze per e e post-partita trasmetteva una sete infinita di vittoria che si rifletteva nel gruppo squadra.

CHI SI ACCONTENTA NON VINCE - Quel Conte oggi non c'è più, o meglio, forse è stato messo da parte, accantonato in un angolino, dalle scelte fatte assieme alla dirigenza. Serenità, tranquillità e basta uscite fuori luogo. Un mantra che, forse, sta avendo effetti anche sulla squadra. Peccato che la storia ci ha insegnato che un Conte che si accontenta non è un Conte vincente. Lo sa lui, lo sa anche l'Inter. Vale la pena spendere 12 milioni all'anno per l'ombra dell'allenatore che tutta Italia ha imparato a conoscere?