Prima Beppe Bonetto. Poi Emiliano Mondonico. Oggi Gustavo Giagnoni. Il grande cuore del Toro sanguina per la terza volta negli ultimi nove mesi. Neppure con il caldo atroce di questi giorni avrebbe rinunciato a indossare sul capo il suo colbacco per il quale, a livello di immagine, divenne famoso. Per Gustavo Giagnoni, sardo che si era lasciato adottare da Mantova, quello non fu mai soltanto un semplice copricapo. Era semmai un simbolo, anche politico, di lotta dura e senza quartiere contro i potenti e padroni del sistema-calcio. L’icona di una precisa filosofia di vita con la quale “vestì” soprattutto una delle tante squadre che ebbe da allenare. Il Torino, che per quattro stagioni fu il palcoscenico sul quale trovò modo di recitare la sua “rivoluzione” culturale e calcistica.

Con lui, sotto la sua guida dalla panchina, la squadra granata ritrovò il senso originale della propria storia che aveva le radici affondate in quel terreno fertile e rigoglioso dove era sbocciati e cresciuti gli eroi leggendari di Superga. Al pari del trombettiere del Filadelfia che, dalla curva, suonava la carica mentre Valentino Mazzola si rimboccava le maniche della casacca granata, Giagnoni sapeva trasmettere con la voce lo spirito del “tremendismo”che riusciva talvolta a fare del Toro una macchina da guerra senza eguali. Al suo segnale i ragazzi  scatenavano l’inferno in campo. 

Poi potevano anche non vincere o addirittura perdere perché nel calcio non conta soltanto il cuore. Ma se soccombevano ingiustamente “Giagno” non ci stava. Ancora di meno se accadeva che dopo il danno arrivasse anche la beffa. Come accadde alla fine di uno storico derby con la Juventus al termine del quale il “barone” Franco Causio passò davanti alla panchina granata e sbeffeggiò pubblicamente il mister. Giagnoni, toro scatenato, rincorse Causio in mezzo al campo e una volta avutolo a tiro gli rifilò un cazzotto che il bianconero certamente non ha mai scordato. 

Il cuore di Giagnoni era il cuore dei suoi ragazzi. Specialmente quello del capitano Giorgio Ferrini ma anche quello della nouvelle vague granata che Paolino Pulici avrebbe sintetizzato alla perfezione. Battere la Juve, per l’uomo con il colbacco, era prima un dovere sacrosanto e poi un piacere. Sicché il suo godimento massimo lo provò anni dopo quando, con il Cagliari, eliminò la squadra di Michel Platini dalla Coppa Italia. 
Lui che, ironia della sorte, era stato un appassionato tifoso di Omar Sivori. Lui che venne licenziato da Pianelli e pianse per il dolore di dover lasciare il Toro e non lo consolò neppure l’ammissione dello stesso suo ex presidente quando disse di aver commesso il suo più grande errore professionale quando mandò via Giagnoni. Rimane un colbacco, con sotto un uomo davvero speciale.