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Se l’Inter non va da Calhanoglu, allora Calhanoglu deve andare all’Inter. Eh no, amici, non funziona così, non è così semplice. È una pia illusione credere che il turco debba “farsi vedere di più” rispetto alle ultime deludenti (sia chiaro) apparizioni. Un luogo comune, una percezione distorta dalle aspettative. Salisse pure in cima alla montagna in questo momento, i problemi resterebbero identici, perché non riguardano soltanto lui. In un centrocampo che Inzaghi vorrebbe fluido, non conta la sua posizione, dove sta o dove non sta, dieci metri più al centro o dieci più a sinistra. Non serve trovare differenze tra Hakan e Luis Alberto. O meglio, queste cose contano relativamente. Sono in definitiva secondarie rispetto alla brutta gestione della palla che ha mostrato il sistema squadra dell’Inter ad esempio contro il Sassuolo nel primo tempo. 

TUTTA COLPA DI CALHA? - Non dimentichiamoci infatti che Inzaghi sta provando a superare il calcio mnemonico di Conte. È come quando a scuola arriva il nuovo insegnante di Storia e ti dice che non basta più imparare le date a macchinetta. Le prime interrogazioni saranno sempre imprevedibili, coi secchioni che rischieranno di passare per asini. Cosa significa capire? Ragionare col pallone tra i piedi? Ecco, la prima costruzione dell’Inter non sembra proprio abituatissima a risalire il campo gradualmente.



Dove un tempo, al primo accenno di pressing fatto bene dagli avversari, bastava piantarla sul petto o sul testone di Lukaku, oggi si chiede di aprire gli occhi e costruire pazientemente per attivare in un secondo momento giocatori ‘intermediari’ come Calhanoglu e Correa. Non è un caso se entrambi hanno fatto male col Sassuolo.



Se questa è la gestione della palla...



E considerate che al Mapei Stadium, nel primo tempo, molti palloni i nerazzurri li giocavano e perdevano frettolosamente sulla destra. Altro che Calhanoglu...



Potrei citarvi anche la palla persa da Barella prima del fallo di Skriniar su Boga che ha causato il rigore, ma vi risparmio la sequenza. Solo che a Nicolò si perdona tutto, probabilmente perché non è turco. Guardate anche qua sotto, una potenziale connessione non vista, che avrebbe attivato in zona di rifinitura tanto Correa quanto (indirettamente) Calhanoglu.


Se queste sono le scelte, dopo è normale che, su 22 gol segnati dall’Inter, soltanto 2 nascano da un fraseggio corto sulla trequarti (guarda caso la rete di Calhanoglu contro il Genoa e la seconda di Correa contro il Verona). 



Vedete che anche il discorso di un Calhanoglu fuori ruolo è relativo. Questa è una situazione in cui ricopre uno spazio tipico da trequartista, eppure non viene attivato dai compagni. Barella ferma la palla, dunque perde un tempo e un corridoio evidente per Correa, poi torna indietro. Sarebbe bello sapere quante volte l’Inter è riuscita ad attivare Hakan tra le linee attraverso una rete ragionata di passaggi e tendente a questo obiettivo. 



CON CALHA IL CENTROCAMPO È PIÙ DEBOLE? - Un altro mito da sfatare riguarda la presunta fragilità difensiva del centrocampo nerazzurro, ora che ci gioca il turco. Va da sé che un ragionamento sbagliato tira l’altro. Così dal “Calhanoglu fuori ruolo” al “centrocampo che fa acqua da tutte le parti” è un attimo. Vorrei ricordare che nell’anno dello scudetto al suo posto giocava Eriksen, non proprio un Ercole. Anzi, in teoria Calhanoglu dovrebbe garantire maggior ‘quantità’ rispetto al danese. Ma insomma siamo lì, sono due “trequartisti-centrocampisti”, stando alla definizione del turco data da Pioli di recente. Allora cos’è che ci trasmette ugualmente questa sensazione di fragilità nella nuova Inter? È il gioco di Inzaghi che espone di più a buchi e ripartenze. Tutto qua. E parlo di entrambe le fasi: quella offensiva sfrutta consapevolmente certi squilibri e certe superiorità numeriche (dolorose se si perde male la palla), mentre quella difensiva non vorrebbe più essere quella di Conte. Per lo meno in Italia.



Meno difesa posizionale nella propria metà campo dunque, con le sue uscite ripetitive e gli scivolamenti corti e meccanici tipici di Conte (a cui si era abituato alla grande lo stesso Eriksen) e più duelli e riaggressioni alte, comunque dosate da fasi e momenti di attesa da parte della squadra di Inzaghi. Ma se la mezzala di sinistra me la trovo a destra in forte pressione, poi non posso stupirmi del buco che si crea alla sinistra di Brozovic, qualora gli avversari riescano a eludere il pressing.