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La nostra professione di giornalisti, praticata nel tempo, provoca fatalmente assuefazioni assortite. La più frequente è quella di non provare più stupore. Una corazza indispensabile se si vogliono affrontare situazioni che spesso causano brividi e disgusto, come quelle riportate dall'Espresso sull'inchiesta Pandora Papers. Del resto sono i comportamenti umani, scanditi da avidità e vanità, a mortificare l’essenza dello stesso esistere e persino la vita del nostro innocente pianeta Terra. Sicché, il cronista, non può e non deve fare altro che registrare la realtà e poi denunciare quando è il caso di farlo per dovere e rispetto verso gli altri. Ciò non significa rimanere indifferenti e non provare sentimenti nei momenti più difficili e tormentati del faticoso lavoro per arrivare alla verità e perlomeno per tentare di onorare la giustizia. Un impegno professionale e morale che può dare molto fastidio a coloro i quali non hanno la minima idea di cosa significhi essere bravi cittadini. Allora la battaglia si fa ancora più aspra e cruenta tra i paladini della verità e l’esercito dei farabutti. Il guaio è che spesso ad avere la meglio sono i secondi perché provvisti di quel potente scudo che è il denaro. Malgrado questo handicap i giornalisti non mollano. Non lo faranno certamente i colleghi di tutto il mondo che hanno fondato il Consorzio internazionale della stampa, il quale da due giorni ha cominciato a pubblicare lo scandalo “fiscale” più grande della nostra storia contemporanea intitolato Pandora Papers.

La rivelazione riguarderebbe l’evasione in atto da parte di personaggi “al di sopra di ogni sospetto” per una cifra che fa girare la testa: trentadue mila miliardi di dollari. Quattrini che, eludendo le normali tassazioni di ciascun Paese, si troverebbero depositati sui conti offshore di Isole Vergini, Caimam, Dubai, Svizzera, Cipro e altri paradisi fiscali.
I titolari di questi tesori con i quali si potrebbe sfamare tre volte la popolazione miserabile del pianeta sarebbero i più diversi per estrazione e ruolo sociale. Da Tony Blair al presidente cileno Sebastian Pinera, dal capo di Stato africano Kenyatta a quello ucraino Vlodimir Zelensky sino ad arrivare a Putin. Sono soltanto i prime nomi di una lunghissima lista la cui denuncia forse non porterà a nulla di concreto ma che almeno e forse potrebbe spingere la gente e le persone perbene a riflettere per poi comportarsi di conseguenza e reagire in qualche modo.
Del Consorzio giornalistico fanno parte anche i colleghi del settimanale l’Espresso, il quale, come anticipato, pare abbia deciso di tornare a essere l’organo di informazione e denuncia dei vecchi tempi. Così ecco comparire nel 'libro dei cattivi e disonesti' i nomi di Flavio Briatore, del terrorista nero condannato per la strage di Piazza Fontana e fuggito in Giappone Delfo Zorzi, del boss mafioso Raffaele Amato in attesa di conoscere l’identità di quattro politici ancora sotto copertura. Ma purtroppo ci sarebbero anche quelli di Carlo Ancelotti, Roberto Mancini e Gianluca Vialli, tre bravi ragazzi e facce pulite del nostro calcio ora citati dall'inchiesta come possibili elusori fiscali di cifre pazzesche, proprietari di aerei privati e cosucce a corredo. La presunta e cinica indifferenza del giornalista, a questo punto, cede il passo ad un senso di autentico dolore. Perché da loro, il volto bello e onesto del nostro Paese e discorsi sempre improntati alla solidarietà umana, proprio non ci si attende un comportamento che sarebbe antisociale per il quale negli Stati Uniti ti mettono in galera e buttano la chiave.