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Come finirà la storia del nuovo stadio di Milano è abbastanza chiaro. Il dibattito pubblico serve solo a soddisfare uno dei vincoli per farla sembrare una decisione utile alla città e non ai privati, ha allungato un altro po’ i tempi, ma non aggiungerà nulla alla questione, soprattutto perché Comune e club non sono obbligati a tenere conto di quanto emergerà dalle proposte dei cittadini. San Siro sarà totalmente raso al suolo, Sesto San Giovanni non è mai stata una vera opzione, con buona pace degli amministratori locali, che avrebbero volentieri ospitato il nuovo impianto. Sesto San Giovanni è servita solo a spaventare il sindaco di Milano, Sala, che senza Inter e Milan non saprebbe che farsene del “vecchio” San Siro. E anche per questo è oggi fieramente accanto ai due club, convinto che concedere un terreno di pregio ai privati e incassare 195,8 milioni per i prossimi 90 anni sia più conveniente che continuare a incassarne 10 all’anno come oggi.

Personalmente non abbiamo le competenze per dire se si poteva ristrutturare lo stadio Meazza, sappiamo solo che a Madrid col Bernabeu ci sono riusciti. Siamo affezionati a San Siro, come tutti, ma negli abbiamo visto radere al suolo anche Wembley, quindi tutto è possibile. Ciascuno si tenga la sua idea, per quel che conta. Noi non avremmo preso a picconate la storia, ma possiamo capire che americani e cinesi, finché resteranno, abbiano qualche scrupolo o nostalgia meno di noi. Che vorremmo uno stadio per club e non uno condiviso come ora e li vorremmo più grandi, grandi almeno quanto il San Siro di oggi, per poterci entrare in tanti e a prezzi anche popolari e non invece ai prezzi altissimi che l’alta richiesta imporrà.

Lo stadio di proprietà è una conquista importante nei piani di sviluppo di un club, ovvio. Per l’Inter, l’ok definitivo e senza ulteriori appelli, sarà anche il tassello che agevolerà la cessione del club: gli Zhang non hanno certo intenzione di avventurarsi oltre l’approvazione del progetto. Costruire uno stadio costa molto (denaro) e molto (tempo) serve prima che cominci a fruttare. Qui poi si entra in un altro mondo, che è giusto si conosca per tempo. E sul quale abbiamo l’impressione che si stia diffondendo molto fumo a beneficio dei tifosi.

Parlare dell’equazione stadio di proprietà uguale maggiore competitività delle squadre significa non tenere conto di quanto sta accadendo in questi anni alla Juventus, l’unico grande club italiano proprietario del proprio impianto, peraltro costruito in tempi e con coincidenze non ripetibili. Lo stadio, dati della Juventus, ha reso fino a 70 milioni a stagione, prima della pandemia. Durante e subito dopo, poco o nulla, ma il dato è ovviamente destinato a risalire, nonostante la fuga in atto dallo Stadium, causa il caro biglietti.
In 3 anni, il club bianconero ha fatto registrare un passivo complessivo di 550 milioni e la proprietà ha già ricapitalizzato due volte (400 milioni solo lo scorso anno) in attesa di farlo ora per la terza volta. Pur con lo stadio, appena il club ha alzato l’asticella delle ambizioni e con essa i costi (CR7, ma non solo lui) i conti sono franati. I nostri club potranno competere a livello economico con le big d’Europa, solo quando riusciranno a valorizzare i diritti tv come le altre leghe, Premier su tutte (l’ultima in classifica del campionato inglese ha incassato il 50% in più dell’Inter, il club italiano con più ricavi da diritti tv nella scorsa stagione; le prime 7 della Premier, il doppio e più rispetto ai nerazzurri).

Perché allora tanta voglia di nuovo stadio? Perché è il pretesto per un’altra operazione immobiliare a Milano: una torre a uffici da 17 piani e un centro commerciale su 3 piani, da 88 mila metri quadrati, sarà il più grande d’Italia in un centro urbano (quello attuale è ovviamente sempre a Milano e cuba un terzo della superficie di quello che sorgerà accanto al nuovo stadio). Quello sì che è vero business, quello sì che farà lievitare i bilanci. Ma delle proprietà, non dei club. E di questo si parla ancora troppo poco.

@GianniVisnadi