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C'era una volta l'Inter di Antonio Conte... E adesso non c'è più. La squadra nerazzurra è lontana parente di quella dell'anno scorso, che iniziò la stagione con un'incredibile voglia di vincere. Non a caso arrivarono sei successi nelle prime sei giornate di campionato. Gli unici aspetti in comune sono la premiata ditta Lukaku-Lautaro e il mezzo passo falso nell'esordio in Champions League a San Siro, dallo Slavia Praga al Borussia Monchengladbach. 

Conte non sembra più lui, ma un allenatore fin troppo tranquillo. O, per dirla alla Malesani, "mollo". Un po' come Eriksen. Il dubbio è se la loro sia la calma dei forti o una sorta di rassegnazione. Il centrocampista danese ha dato quale segnale di risveglio, ma da uno come lui ci si deve aspettare molto di più. Lo stesso discorso vale per il tecnico, che nei dopo-gara ripete sempre lo stesso ritornello: "La squadra ha dato il massimo, non possono rimproverare nulla ai ragazzi e dobbiamo lavorare per migliorare". 
Il problema è anche di natura tattica. Per far giocare Eriksen, Conte trasforma il suo 3-5-2 in un 3-4-1-2. Un sistema di gioco che però penalizza Barella e Vidal, i quali rendono molto meglio da interni con licenza d'inserirsi che da mediani. L'unica possibile soluzione sarebbe quella di passare a un 4-3-1-2, ma in tal caso Conte dovrebbe accantonare la sua amata difesa a tre. In passato aveva già cambiato modulo a stagione in corsa: prima alla Juve per Pirlo e poi al Chelsea per Hazard. Se è vero che non c'è due senza tre, la storia può ripetersi con Eriksen. Anche perché a questa Inter serve una scossa per dare la svolta a una stagione partita malino e che rischia di proseguire pure peggio. Specialmente se, col passare del tempo, aumentasse la sensazione che Conte e l'Inter abbiano proseguito insieme più per il ricco contratto che per una reale convinzione.