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Gli italiani calciofili non si sono ancora ripresi dalla seconda mancata qualificazione consecutiva al Mondiale, ma sbaglierebbero di sicuro a snobbare la partita di Nations League, questa sera, contro l’Inghilterra. E a chi si chieda a che cosa serva vincerla, vanno fornite risposte non occasionali o retoriche che chiamino in causa l’onore della maglia e il dovere della competizione. Fatto salvo che onore e dovere sono due presupposti dello sport di tutti i tempi e luoghi, ci sono argomentazioni meno nobili e più prosaiche.

La prima è scongiurare la retrocessione, purtroppo ancora possibile, dalla Lega A alla B del calcio europeo (se arrivassimo ultimi). La seconda è che al sorteggio del 9 ottobre, per le qualificazioni all’Europeo 2024, l’Italia non sarà testa di serie se non si piazza almeno seconda nel gruppo di Nations. Quindi vincere domani e la prossima (lunedì in Ungheria) è fondamentale sia per vedere l’effetto che fa (nell’ultima partita, con la Germania, siamo stati strapazzati perdendo per 5-2), sia per arrivare almeno secondi. Se poi dovessimo vincere il girone (altamente improbabile) andremmo anche alle Finals del prossimo giugno.
Un epilogo di piccola consolazione. Il momento è delicato. Dopo l’Europeo, che ha trasformato un sogno lungo più di cinquant’anni in realtà, l’eliminazione dal Mondiale ha causato uno scollamento tra l’opinione pubblica e il c.t., tra gli apparati e la federazione, tra gli addetti ai lavori e i calciatori. Molti, tornati a chiedersi quale sia il vero livello del nostro calcio in campo internazionale, sono propensi a dare al trionfo europeo una veste di eccezionalità, come accadde per la Grecia, nel 2004, in Portogallo. Sia come sia, i campioni d’Europa siamo noi. Purtroppo solo di questo possiamo gloriarci. Grave, inatteso e clamoroso è stato fallire il Mondiale pur avendo una Nazionale tutto sommato abbastanza giovane, quindi di prospettiva. Purtroppo vincere non ci ha insegnato a vincere e adesso siamo qui, molto desolati e un po’ sfiduciati, a ricominciare per la seconda volta da zero e con la gente che guarda altrove, distratta o infastidita. Roberto Mancini, come è stato per la prima fase, quando ereditò l’Italia da Ventura, deve essere capace di creare la ripartenza, ma gli manca la materia prima, ovvero i calciatori. C’è la via, già battuta felicemente, del gioco e della necessità di imporlo, ma è come se molti nostri nazionali si fossero smagnetizzati e avessero perso freschezza e vitalità. Se ciò non bastasse c’è una lunga fila di infortunati (Verratti, Pellegrini, Chiesa, Berardi, Locatelli, Politano, Tonali, Calabria) o non ancora pronti (Spinazzola, che ha chiesto al c.t. di poter continuare ad allenarsi e Zaniolo al quale Mancini, non chiamandolo, sembra aver mandato un messaggio).

Contro l’Inghilterra il dilemma è se schierare il collaudato 4-3-3 o un 3-5-2 di emergenza. Il sistema di gioco, lo si sa, non è risolutivo. Però, se gli interpreti lo conoscono, aiuta a essere migliori. Per una volta - questa volta - il c.t. sembra propendere per il secondo. In ogni caso gli mancherà Tonali e sarà costretto a mandare in campo Pobega che promette tanto e sta crescendo altrettanto. Dietro Bonucci e Bastoni (più Toloi in caso della difesa a tre) con Di Lorenzo ed Emerson sicuri sulle fasce. Barella, Jorginho e Pobega a centrocampo, Immobile e Raspadori davanti. Con il 4-3-3 c’è un’ipotesi Zerbin o Gabbiadini, ma, in questo caso, Raspadori verrebbe a destra. L’Inghilterra, nonostante l’ultimo posto in classifica (2 punti), è forte e vorrà dimostrarlo, soprattutto dopo le due sconfitte con l’Ungheria (la seconda, una vera umiliazione, per 0-4 in casa). La Nazionale magiara, guidata dall’italiano Marco Rossi, dopo un grande Europeo in un girone impossibile, è clamorosamente in testa al gruppo di Nations (7 punti), seguita dalla Germania a 6. E domani c’è lo scontro diretto. Potremmo trarne vantaggio, ma dobbiamo vincere. E sinceramente non so più se lo sappiamo ancora fare.