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Antonio Conte ha alzato il volume della voce, come avrebbe fatto sabato sera, fosse stato in panchina: solo che era a un paio di metri dalla squadra, a Vinovo, ieri alla ripresa degli allenamenti. Non gli è affatto piaciuto l’atteggiamento della Juve: perché abbassare così tanto la trincea, dopo i primi dieci minuti all’assalto? Risposta brutale, che un po’ fa parte del manuale del buon allenatore: ragazzi, l’Inter ha vinto perché ha avuto più fame. Sacrilegio, nel tempio di chi, con la fame sul prato e Conte in panchina, ha vinto un campionato e asfaltato 48 partite senza sconfitte.

Che il tecnico a bordo campo non sia un optional, lo dimostra bene la serata di Lichtsteiner, uno che per residenza è vicino di casa della panchina: ai bei tempi, per gli urli, avrebbe avuto le orecchie da Topo Gigio dopo neppure un quarto d’ora. Questione di metri, centimetri: a volte devi stare più indietro, altre più avanti. Conte è così, nei collaudi sul campo, un ostinato perfezionista. Da “Ogni maledetta domenica”: il margine di errore è molto ridotto, basta mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo per non trovare il pallone. Nella Juve bisogna combattere per i centimetri. Invece Lichtsteiner è andato in tilt, costringendo Alessio a levarlo, per evitare l’autodistruzione. Avere o non avere Conte in panca fa la sua differenza, e in casa Juve non ci riflettevano da ieri, per improvvisa sindrome da post-sconfitta, ma è un’osservazione fatta più di una volta: del resto, se il mestiere di allenatore si riducesse al lavoro settimanale, nessuno lo spedirebbe a bordo campo, il dì della battaglia. «Anche se non deve essere un alibi».  

La Juve aveva ricominciato a vincere senza il boss ai posti di comando, ma anche con insoliti sintomi che portano alcuni ad ammettere: «Era da un po’ che giravamo intorno alla sconfitta». Sul peso di questa assenza si era discusso quando l’agenda, per la prima volta, s’infittiva di viaggi difficili, a Stamford Bridge, contro i campioni d’Europa, e a Firenze, in ambiente ostile. Seguire la partita dagli Sky box non è la stessa cosa, nonostante staffette, satelliti, microscopie da 007 e passaggi segreti negli spogliatoi (cercati dagli ispettori della Procura della Figc prima di Juve-Napoli). Della prima sconfitta, Conte s’è annotato un’altra anomalia: mai come contro l’Inter, Buffon è stato costretto a rimettere in gioco il pallone spedendolo lontanissimo. Il che, il più delle volte, significava donarlo agli avversari. Troppi errori in uscita: i nerazzurri marcavano a uomo, soprattutto i difensori, Barzagli, Bonucci, Chiellini, e lì Vidal ha sbagliato alcune scelte, con un paio di palloni regalati in zona pericolo (tiraccio alto di Cambiasso). Idem in mezzo al campo, da dov’è nato il raddoppio interista.

Le facce erano deluse, sabato sera, ma gli animi non depressi: una sconfitta non cancella certezze cementate in un anno abbondante. Più o meno quel che pensano i tifosi, che allo Juventus Stadium hanno comunque applaudito la squadra, e poi sul profilo twitter bianconero hanno intasato l’hashtag #49voltegrazie. Il resto l’ha detto Conte alla squadra, ricordando che bisogna ripartire, già da mercoledì in Champions, con una convinzione: non siamo inferiori a nessuno.