In vista della sfida di domani tra Real Madrid e Juventus, il quotidiano spagnolo As ha intervistato in esclusiva Gianluca Pessotto, oggi responsabile organizzativo del settore giovanile bianconero. Comprensibilmente, l'ex terzino ha preferito non dilungarsi troppo sul suo incidente (e di conseguenza sui beceri striscioni delle tifoserie avversarie che a volte lo vedono protagonista): 'Accadono cose che non ti aspetti e che non puoi controllare, è la vita - le sue parole -. Io non ricordo nulla di quei momenti, mi sono svegliato sul letto dell'ospedale ed ho chiesto subito che cosa fosse successo. Per fortuna ho saputo rialzarmi, soprattutto grazie ad una grande opera di recupero. Adesso sono felice di lavorare con i giovani e di provare nuovamente gli stessi sentimenti di quando giocavo a calcio'. A proposito del Real, invece, Pessotto ha tanto da dire: 'Il mio primo ricordo è positivo, i quarti di finale di Champions League 1995/96. Sapevamo che era la vera finale, quello che veniva dopo era molto meno difficile e infatti fu così, perché poi vincemmo la competizione contro l'Ajax. L'andata al Bernabeu fu qualcosa di indescrivibile, perdemmo 1-0 ma ci riscattammo al ritorno. Io marcai Laudrup, un simbolo per la Juve. In quel Real c'erano Hierro, Zamorano e un giovane Raul.

Due anni dopo, invece, la finale persa per una rete Mijatovic: non potrò mai dimenticare quella partita, perché il gol della vittoria del Real fu segnato in maniera irregolare. Era fuorigioco, nessuno lo vide e nessuno protestò. Comunque io e i miei compagni giocammo male e di certo non perdemmo solo per quel fuorigioco...'.

'Il mio soprannome? Mi chiamavano il professorino per i miei occhiali e il mio abbigliamento, ma in realtà era perché portavo sempre un libro in mano - ha proseguito Pessotto -. Mi piace molto leggere i classici: i miei preferiti sono Dostoevskij o Coelho. A volte certe persone mi hanno fatto sentire diverso dagli altri calciatori, come se fossi estraneo al mondo del calcio, e non mi è mai piaciuto tanto. Lasciare il calcio è stato difficile, soprattutto dopo quello che è successo con Calciopoli: hanno messo in discussione tutto il lavoro di una vita, tutti i sacrifici fatti e le amarezze patite. Ricordo di aver chiamato tutti i miei compagni: abbiamo vinto perché eravamo i migliori. Oggi lavoro con i giovani, e lo faccio con passione, per farli crescere come uomini e non solo come giocatori'.