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GIGI THE CHIEF 
La parola d'ordine alla Juve è: “non guardare agli altri che ci precedono". Lo ha detto Buffon, ormai non solo capitano ma capo indiscusso dello spogliatoio. Lo ha ribadito Allegri, chiosando che la gara non è contro il “tempo “ma se mai, contro i numeri”. Sarà un dolce weekend per Madama. Sul campo di allenamento a preparare la trasferta di Champions a Siviglia. Rilassata sul divano ad attendere i risultati delle altre. E tifando Toro, messo di fronte a quella Roma che è stata agganciata al quarto posto in classifica. La Juventus (pur con la coscienza che il cammino da fare è ancora lungo), vuole accogliere la Fiorentina, prossima rivale, oltre che con l'inno sociale anche con la Quinta di Beethoven. Sinfonia in do minore che possa essere di buon auspicio. La più celebre tra le tante composte da Beethoven è infatti in re: la nona 
 
LA QUINTA DI BEETHOVEN
Ma la Quinta è speciale. “Tan- tatan-tan”: così durante la seconda guerra mondiale si annunciava Radio Londra, emittente proibita nelle case del Fascismo, ma ascoltata da tanti. Tutti quelli che non si rassegnavano alla dittatura fascista. La Juventus in tre settimane è profondamente cambiata. Dopo Juve – Milan, come è noto, con quel patto dello spogliatoio. E con la richiesta al tecnico di essere realista, tornando a quel 3-5-2, marchio di fabbrica di Conte, che Madama ha mandato a memoria e con il quale tutta la squadra si sente più protetta. Tutta la squadra a Roma ha fatto il suo. Dai soliti noti che sanno come si fa a vincere, al rientrante Asamoah, restituito a quel ruolo di mediano di sinistra che ricopriva nell' Udinese. Al fluidificante Alex Sandro che sta continuando nel processo di italianizzazione calcistica. Due a zero, proteggendo Buffon dalle insidie laziali.
 
UN 3-5-2 A FISARMONICA
Due a zero firmato Dybala: il killer con la faccia da bambino che oltre a realizzare un gol da favola (stop, rimbalzo, tiro al volo nella porta di Marchetti in una frazione di secondo) aveva “costretto” dopo pochi minuti all'autorete Gentiletti. E' una Juve diversa, dove si sta evolvendo la coesione tra i reparti, dove la squadra, ancora alla ricerca della chimica perfetta, si muove però a fisarmonica, come impone il 3-5-2. Allegri ci sta mettendo del suo nella gestione della panchina: l'ingresso di Morata è stato quello di un giocatore che si vuole riconquistare il posto, non di uno scocciato milionario che pensa di aver subito delle ingiustizie. Bene la difesa, con Buffon in presa su tiri di ordinaria pericolosità. Bene il centrocampo, con meno qualità senza Pogba e Khedira, ma solido, “furiniano” se mi passate il termine. E poi, lui, il bimbo argentino che ha siglato la settima rete in campionato, e che sta giustificando con i gol, l'ingente cifra investita dalla Juve a giugno. Dybala è fortissimo. L'ho sempre sostenuto. I dubbi (ingiustificati) li aveva Allegri. E adesso il vero rimpianto non sono i punti persi con Udinese, Chievo e Frosinone. Il vero rimpianto sono quei residuali 10 minuti, concessi a Dybala al Meazza con l'Inter. Palo di Khedira a parte, nessuno mi leva dalla testa che con Dybala in campo dall'inizio la Juve avrebbe vinto. 
 
MADAMA IN POLTRONA
Madama in poltrona dunque, aspettando i risultati di Torino, di Firenze, di Bologna e di Milano. Con la speranza che la Dea dopo essere stata capricciosa, torni alla normalità nel segno della tradizione. La vera forza della Juventus. Sosteneva T.S. Eliot che “La tradizione non si può ereditare. E chi la vuole deve conquistarla con grande fatica”. La consuetudine a vincere è per la Juventus una centenaria tradizione. La Juve da tempo ha scollinato quota 30 in fatto di triangolini tricolore, là dove gli altri ancora sudano cercando di poter arrivare a 20.
In poltrona, rilassati: tutta la pressione sarà per gli altri. Risolte senza strepiti e pochi echi mediatici, le “grane” interne, la Juve sta semplicemente normalizzando la sua stagione nel segno della tradizione. Se sia un pax armata, nel caso, lo sapremo a giugno.
 
DYBALA? UN CARAVAGGIO 
Per ora la Juventus deve guardarsi solo dagli scribi inimici. Le sirene inglesi per Allegri e Zaza, quelle iberiche per Morata e Cuadrado, quelle italiche e londinesi per Rugani, quelle provenienti da  Marte per Pogba. Ragazzi: calma. Quanto siete bravi avrete l'occasione di dimostralo nel derby di Coppa Italia con il Torino. Un test da uomini e giocatori veri. In attesa della Fiorentina chic di Paulo Sousa allo Stadium (scontro diretto, punti pesantissimi) Madama si gode con sobrietà una vittoria che vale tanto, per le ripercussioni psicologiche (anche degli avversari) e per l'autostima. Una vittoria che ha decretato (se mai qualcuno ne avesse dubitato) che Dybala è già l'erede di Tevez. E che se continua così (e credeteci, continuerà) potrà diventare l'uomo copertina della Vecchia Signora. Anche perché il suo agente non scomoda dopo ogni gol segnato il pennello di Picasso, la creatività di Van Gogh, l’unicità di Leonardo. Magari perché non è un appassionato di pittura. Ma immagino che se dovesse paragonare Dybala a un’opera d'arte, probabilmente direbbe Caravaggio: pittore e spadaccino. 
Andrea Bosco