Prima che la figurina si stacchi dall’album, ognuno sceglie il suo modo per farsi ricordare. Gabor Kiraly​ è stato e sarà il «Portiere con la tuta», o con il «pigiama», insomma, con i pantaloni lunghi e fuori moda. A 43 anni l’ungherese proprio in queste ore ha annunciato il suo addio al calcio. A sgombro di equivoci: è stato un signor portiere. 108 presenze in nazionale con il record di essere stato il primo a disputare un Europeo (quello del 2016) a quarant’anni, a fronte di una carriera lunga 26 anni. Ha cominciato e chiuso nell’Haladas, la squadra del cuore. Ha giocato anche in Inghilterra (Aston Villa, Fulham, soprattutto Crystal Palace e Burnley) e in Germania, in due fasi, le migliori della sua carriera. Sette anni con l’Hertha Berlino all’inizio, cinque con il Monaco 1860 al tramonto. La storia della sua clamorosa tutona grigia è curiosa: fin da ragazzo ha sempre giocato con i pantaloni lunghi, per evitare di tuffarsi e farsi male in campi che - nell’Ungheria degli anni 80 - erano pieni di buche, sassi, erbacce. Un giorno qualcuno - la madre? - dimenticò di stendere al sole la divisa, così Gàbor prese quello che gli capitava tra le mani, una tuta grigia pescata chissà dove. Da allora è diventata il suo portafortuna, la coperta d Linus con la quale è sceso in campo, sempre comunque, con la pioggia e con il sole, all’asciutto o nel fango, a maggio o a dicembre.

In un mondo come quello del calcio regolato dal marketing, Kiraly ha trovato il modo di essere diverso, unico, speciale. Come tutti i migliori comprimari del cinema, ha cercato una caratterizzazione. L’ha fatto recuperando un indumento vintage come la tuta, che riporta la memoria all’ora di ginnastica, tra improbabili quadri svedesi e partitelle dove si comincia giocando a volley e si finisce a calcio. Il vezzo stilistico non è una novità, soprattutto tra i portieri. Con i pantaloni lunghi ricordiamo, ma non sempre, il camerunese Thomas N’Kono, il francese Bernard Lama e anche il colombiano Renè Higuita. Il portiere Tomaszewski - Polonia anni ’70 - scendeva in campo con una fascia che gli teneva fermi i capelli, solitamente lunghi e arruffati. Stesse modalità di quel matto di Gatti, il portiere del Boca. Da noi i portieri hanno vestito per decenni di nero, così fece scalpore quando Ricky Albertosi si presentò con una maglia gialla (è così che vinse lo scudetto della Stella nel 1978-79). Ma Ricky già ai tempi di Cagliari vestiva di rosso (mentre Zoff sceglieva il grigio).

La moda della maglia colorata all’eccesso ha trovato nel messicano Campos - lo ricordate? sembrava un acquerello - il suo massimo rappresentante. Il cappellino col frontino è sempre stato utile per ripararsi dal sole. L’hanno portato il «Giaguaro» Castellini, Walter Zenga e qualche volta, più tardi anche Gianluca Pagliuca e Massimo Taibi, oggi invece prerogativa di Handanovic. Il ceco Peter Cech - oggi all’Arsenal ma per tanti anni al Chelsea (dove potrebbe tornare come ds) - scende in campo da anni con un caschetto di protezione. Il caschetto necessario dopo lo scontro con il ginocchio di Stephen Hunt, il 14 ottobre 2007 a Reading, quando Cech rischiò la morte per la frattura depressa dell'osso temporale sinistro. I più appassionati ricorderanno senz’altro Massimo Mattolini, portiere di Fiorentina e Catanzaro negli anni ’70 e ’80: giocava con la coppola, così come - in certe partite - il grandissimo Yashin, negli anni ’60. Mattolini era soprannominato «Saponetta», perché ogni tanto gli sfuggiva il pallone dalle mani e prendeva gol clamorosi. Ma non certo per colpa della coppola.