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Quello tra Kobe Bryant e l'Italia è stato un legame fortissimo. Suo padre Joe ha giocato nel nostro Paese dal 1984 al 1991, ed è qui che il piccolo Kobe ha respirato l'atmosfera dei primi palasport. Calciomercato.com ha raggiunto Luigi "Gigi" Simeoni, che di Joe Bryant è stato assistente allenatore ("Ma di pallacanestro ne sapeva più di noi" assicura) nel 1984 a Rieti, in Serie A2. Lo statunitense proveniva dagli Houston Rockets; Kobe aveva 6 anni, iniziava la prima elementare.
 
Qual è stato il ricordo che le è tornato alla mente ieri sera, apprendendo la tragica notizia?
"Kobe che veniva ad assistere agli allenamenti della squadra, e alla fine, quando tutti stavano per andar via, insisteva per rimanere sul parquet con il pallone tra le mani. Controllo destro-sinistro, palla dietro la schiena, tiri a canestro. Il custode del palazzetto era disperato: chiedeva di poter spegnere le luci, voleva giustamente tornare a casa. Ma lui niente. Joe lo guardava, con orgoglio di padre, dare sfogo alla sua passione. E rideva sotto i baffi".
 
Che qualità si intravedevano in quel bambino riccioluto?
"Il controllo di palla era il suo pezzo forte. Poi aveva una caratteristica in comune con Brunamonti: non passava mai la palla! E io lo so bene: con Roberto ho giocato…".
 
Non poteva certo sapere di trovarsi di fronte una futura leggenda…
"Rivedendolo in tv anni dopo, non riuscivo a spiegarmi come avesse fatto quello scricciolo, che io ricordavo insignificante a livello fisico, a diventare un tale colosso! Ma lo sguardo, con quegli occhi svegli e furbetti, era sempre lo stesso".
 
E fuori dal campo?
"Ricordo bene la madre Pamela, che portava il piccolo Kobe e le sue due sorelle a comprare i vestiti nel negozio di abbigliamento di mia moglie. Quando i vestiti erano sporchi, loro non li lavavano: ne compravano direttamente di nuovi! Senza dubbio un bell'affare per noi".
 
Kobe non ha mai dimenticato l'Italia.
"Una quindicina di anni fa venne a Rieti una troupe televisiva, incaricata di intervistare me e altri protagonisti di quella stagione, e di girare un po' di immagini della città. Scoprimmo così che Kobe voleva rivedere alcuni luoghi che ricordava vagamente ma a cui era rimasto affezionato: i sampietrini della piazza, il campetto di basket dove passava i pomeriggi, il quartiere dei Pozzi. E poi noi: voleva vedere come eravamo diventati a distanza di anni. No, non ci aveva dimenticati".
 
Anche Rieti, come tutte le città italiane in cui Kobe ha vissuto anche se per breve tempo, oggi sono a lutto per la sua scomparsa e quella della figlia.
"Già, sua figlia Gianna che lui chiamava Gigi. Come me".