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Bedankt en tot ziens. Letteralmente 'grazie e arrivederci', in olandese è però più chiaro, non c'è il rischio di capire male. Non siamo ancora arrivati a questo punto, ma poco ci manca. Molto poco. E' solo una questione di tempo, Frank de Boer è destinato a lasciare l'Inter, resta solo da capire quando. Se dopo la partita contro il Torino o prima della pausa per le nazionali. L'olandese è stato individuato come il principale problema di un inizio di stagione da dimenticare, con 4 sconfitte in 9 partite di campionato, il classico capro espiatorio sul quale scaricare tutte le colpe. Per questo verrà messo alla porta, dopo solo due mesi e mezzo in Italia.

Frank da Hoorn ha commesso degli errori, è innegabile. Ha gestito male il gruppo e ha fatto scelte impopolari, spinto dall'eccessiva testardaggine e convinzione di essere nel giusto. Ma non è l'unico colpevole. La responsabilità va divisa (anche se non in parti uguali), in primis con i giocatori. Che non l'hanno mai realmente accettato, che non hanno mai dato l'idea di sudare la maglia, di lottare con le unghie per il suo comandante in panchina. Poi con la società, la principale imputata, che ha gestito e sta gestendo il tutto in maniera dilettantesca.

De Boer è stato lasciato solo. Abbandonato, da un'Inter nella quale non si è ancora capito chi comandi.
In questi giorni ognuno ha voluto dire la sua, direttamente o indirettamente. Con opinioni contrastanti. Da una parte ci sono Gardini, Ausilio e Zanetti, il fronte italiano, che da giorni spinge per l'esonero, dall'altra Thohir, che vorrebbe 'rinnovargli la fiducia' almeno fino al primo weekend di novembre. In mezzo i cinesi di Suning, che ancora non hanno capito certi meccanisimi e valutano tutto nell'ottica "quanto ci costa".  Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Da una parte c'è un uomo che ci ha sempre messo la faccia, anche a costi di fare brutte figure, che oggi sarà regolarmente al suo posto in conferenza stampa, a cercare di parlare di una partita che rischia di non aver peso per il suo futuro. Dall'altra una società del "non è colpa mia", che anche oggi si distingue per mandare al macello dei giornalisti un allenatore sfiduciato. E presto esonerato.