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    L'Unione Europea spinge per il salario minimo anche in Italia: cosa cambia per i nostri lavoratori?

    L'Unione Europea spinge per il salario minimo anche in Italia: cosa cambia per i nostri lavoratori?

    • Paolo Mazza
      Paolo Mazza
    Dopo diversi anni di dibattito, l’Unione Europea ha finalmente raggiunto un accordo per fissare salari minimi adeguati ed equi attraverso lo sviluppo della contrattazione collettiva. Quest’ultima indica accordi e vincoli contrattuali volti a stabilire i parametri dei contratti di lavoro individuali e la direttiva UE chiede di fissarla per una soglia tra il 70% e l’80% dei lavoratori. 

    L’Italia è tra i 6 Stati membri – gli altri sono Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia – a non avere ancora una regolamentazione in materia ma non ha l’obbligo di attuare la direttiva comunitaria perché i contratti collettivi di lavoro coprono già circa l’80% dei lavoratori. Nonostante ciò, il commissario UE al lavoro, Nicolas Schmit (foto Ansa), è fiducioso e crede che governo e parti sociali riusciranno a raggiungere un buon accordo per introdurre il sistema salariale minimo anche nel Belpaese. In realtà, le forze politiche italiane sono ancora abbastanza lontane dal trovare la quadra: se Movimento 5 Stelle e Pd spingono per un’approvazione in tempi rapidi, il centrodestra pensa che il salario minimo sia contro la storia culturale italiana, fatta di relazioni industriali e produttività. Eppure una soluzione va trovata: secondo i dati Inps, infatti, sono ben quattro milioni e mezzo i lavoratori italiani che guadagnano meno di 9 euro lordi l’ora, la soglia minima fissata dal Ddl Catalfo, ora fermo al Senato.  

    Si potrebbe pensare, quindi, di introdurre un intervento per il restante 20% dei lavoratori rimasti fuori dalla contrattazione collettiva e impegnarsi ad aumentare il salario di quei due milioni di lavoratori che percepiscono solo 6 euro l’ora. È importante, dunque, che si rispetti il welfare di ogni Stato e che si valuti l’adeguatezza di una misura del genere anche a livello legale e in base a criteri numerici (come comportarsi con contributi, Tfr e tredicesime?) ma è altrettanto importante che si inizi a riflettere sui tanti contratti precari esistenti e sulle diseguaglianze che questi portano.  Agli scettici, i quali credono che il salario minimo possa aumentare povertà e disoccupazione, Schmit risponde dicendo che, innanzitutto, la direttiva non punta a prevedere massimi e minimi salariali in maniera rigida e che in Germania questa misura ha persino aumentato l’occupazione. 

    Se è difficile prevedere adesso gli sviluppi futuri, si può sicuramente dire che il salario minimo è uno step potenzialmente importante per garantire a tutti un tenore di vita dignitoso e proteggere le classi sociali più fragili. 

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