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C’è chi la fuma per sballarsi e chi l’assume per sopravvivere: La cannabis è una pianta che, da tempo, per diverse ragioni, è sotto l’occhio dei riflettori. La sua storia è millenaria ed è legata alle sue caratteristiche intrinseche.

L’uomo, nel corso del tempo, ne ha identificato molti usi. Siamo infatti davanti a una specie vegetativa dalle pregiate qualità, che può avere, ad esempio, molti usi industriali: sono da ricordare, pertanto, le sue proprietà terapeutiche, che si sono evolute di pari passo con la scienza, dall’antichità fino ai giorni nostri.

Tra la sessantina di ‘cannabinoidi’ presenti nella cannabis, i più importanti sono il thc e il cbd. Il primo è il più noto, il più diffuso, il più “apprezzato” tra i giovani, può provocare effetti psicoattivi quali: euforia, rilassamento, alterazioni delle percezioni spazio-temporali, ansia, panico, paranoia, disorientamento, ma ha anche effetti antidolorifici, antitremore, e antinausea. 

Il cbd, a differenza del thc, non viene considerato una sostanza psicoattiva, ma ha effetti sedativi, ipnotici, antiossidanti e antinfiammatori. Per questo motivo, a scopi terapeutici, si selezionano e sperimentano varietà con un più elevato contenuto di cbd e uno minore di thc. In Italia sono molti i pazienti con gravi malattie che utilizzano la cannabis come terapia medica. Una terapia che nel nostro Paese è legale: con una ricetta infatti è possibile acquistarla in farmacia. 

“Basta che faccio 8/10 tiri e mi passa il dolore”, “mi aiuta a dormire la notte, cura i miei mal di testa”; sono solo due delle frasi maggiormente sentite, racconti diversi accomunate da due fattori: un dolore costante e la cannabis terapeutica per provare a lenirlo. 

Molte sono le storie di persone che tutt’ora evidenziano come, al fine di rendere più sopportabile una condizione di dolore cronico (legato a malattie specifiche come tumore), vengano attuate delle terapie farmacologiche e non. 
Di solito vengono prescritti analgesi e antidepressivi. In alcuni casi, però, tale trattamento farmacologico riesce a ridurre lo stato di sofferenza solo del 30-40%. 

L’impiego della cannabis terapeutica è considerata una soluzione alternativa, il quale utilizzo richiede naturalmente uno stretto controllo medico; questo avviene soprattuto per evitare di passare da una condizione di beneficio a una di dipendenza e tenere sotto controllo il dosaggio, l’assunzione e gli effetti collaterali, dovuti anche alle possibili interazioni con altri farmaci.

Gli studi relativi all’impiego di farmaci cannabinoidi nella terapia del dolore sono ancora pochi, ma quelli effettuati fino ad oggi hanno fornito ai ricercatori risultati interessanti e incoraggianti che aprono nuove prospettive d’impiego della cannabis terapeutica nei malati inguaribili.

Sarebbe bello fosse solo usata per curarsi. Secondo gli studi del Centro europeo per le droghe e le dipendenze, in Italia sei milioni di persone abitualmente hanno a che fare con la cannabis. E’ un fenomeno culturale.

Cannabis terapeutica e “spinello ad uso ricreativo” non sono la stessa cosa. Ecco perché parlare di legalizzazione ‘tout court’ della marijuana non ha senso da un punto di vista medico. Le sostanze contenute all’interno delle infiorescenze della cannabis, infatti, variano da pianta a pianta. Per ottenere un effetto terapeutico occorre bilanciare in maniera controllata i diversi componenti. Ecco perché la marijuana acquistata tramite canali non ufficiali non si può considerare farmaco. Il sempre più crescente interesse per la marijuana nasce proprio dall’esperienza diretta di consumatori che ne fanno uso per lenire il dolore. Partendo da questa evidenza sempre più persone con problemi di dolore cronico hanno pertanto cominciato a consumarla.