38
Perdere non fa piacere. Mai. Eppure anche una sconfitta possiede gradualità specifiche. Da quella sanguinosa a quella resa morbida e accettabile da motivazioni, diciamo così, affettive. Il due a zero subito, in casa, da Mircea Lucescu ha lasciato segni superficiali nell’anima del tecnico. Un calice amaro dal retrogusto addolcito da sentimenti è profondi e anche da un certo orgoglio per aver visto all’opera il cucciolo preferito della sua nidiata e aver potuto verificare la sua avvenuta crescita alla base della quale ci stanno lezioni e filosofie ispirate proprio da chi ne ha dovuto sopportare le conseguenze.

E’ in questo fotogramma in agrodolce la sintesi della storia che lega Mircea Lucescu con Andrea Pirlo. Il vecchio e carismatico maestro e l’ex ragazzino timido diventato oggi a sua volta maestro proprio come l’uomo che volle e che seppe infondergli le principali nozioni, tecniche ed umane, indispensabili alla crescita. In Pirlo c’è molto dell’allenatore rumeno. Soprattutto c’è tanto della persona Lucescu e dei suoi modi di essere e di pensare anche quando non ci si deve muovere su un campo da calcio o all’interno di una spogliatoio. Si chiama “imprinting” ed è fondamentale nella vita.

La vicenda di questa “coppia” del calcio mi ha sempre affascinato. Fin dal giorno in cui, nella sala stampa dello stadio di Brescia, Lucescu si presentò accompagnandosi con un ragazzino di manco sedici anni che teneva gli occhi bassi e che non si vergognò del suo rossore sulle guance quando il mister annunciò: “Si chiama Andrea Pirlo e domani esordirà il prima squadra. Osservatelo bene perché tra qualche anno sarà un campione e tutto il mondo ce lo invidierà”. Non era una sbruffonata. Pronunciata da un uomo e da un allenatore tra i più capaci al mondo era una sentenza.
La previsione di Lucescu, nel tempo, si realizzò puntualmente. Ma poi non si arrestò proseguendo fino a oggi e mostrando che il cucciolo del Re Leone era diventato a sua volta meritevole dell’eredità che gli aveva messo in serbo il suo genitore professionale. La sera di Coppa andata in onda ieri a Kiev ha dunque in significato molto particolare pe entrambi i protagonisti che probabilmente il più giovane mai si sarebbe aspettato di vivere e che il più anziano sperava in cuor suo di poter frequentare. Anche a spese  del proprio pedigrèe di allenatore vincente. Una sconfitta dolce, come dicevo.

Un’occasione utile anche per riflettere sul valore della scuola a tutto tondo e del rapporto tra insegnanti e allievi. Il momento, come sappiamo, è drammatico. Ma di una cosa dobbiamo essere consapevoli. La scuola rappresenta sul serio il nostro “Piave” e cioè l’ultima frontiera da difendere ad ogni costo contro l’invasione barbarica del virus. Il diritto alle lezioni e all’apprendimento dei nostri ragazzi è inalienabile. Non soltanto per il presente ma soprattutto per la loro vita futura. Sono convinto che, come è successo a me, ciascuno possa ricordare con piacere e affetto un professore il quale non ha soltanto insegnato ma ha segnato in maniera profonda la nostra formazione non nozionistica ma caratteriale utile al lavoro e al comportamento. Ampliamo l’esempio di Lucescu con Pirlo e avremo l’esatta fotografia di quanto valore possiedano i buoni maestri per chi ha orecchio da intendere. Naturalmente in presenza e non attraverso il computer.