Ha cambiato il nome per ragioni di parentela americana. Ma nel luogo dove è nata, l’11 luglio di centoventi anni fa, a nessuno viene in mente di chiamarla con la nuova sigla. A Torino si è sempre detto Fiat e sempre si dirà a quel modo. Il segreto quasi magico di questa magnifica ossessione si trova alla fine di quella dicitura. Appunto nella consonante “T” con la quale i padri fondatori vollero che fosse ben chiaro a tutti il senso dell’appartenenza. Fabbrica Italiana Automobili, certamente, ma era la ”T” di Torino a mettere il sigillo indelebile e incancellabile su una tra le avventure industriali più celebri e potenti del mondo che imparò a conoscere quella città così di confine al punto da farla immaginare poco italiana. L’avvocato Gianni Agnelli in ciascun suo discorso che riguardasse il suo impero aziendale amava ogni volta sottolineare con grande orgoglio la genesi ambientale della Fabbrica.

Non soltanto automobili. La Fiat, per gli italiani, ha rappresentato un modo di essere e persino un’ideologia. Un fenomeno raro che accade quando a capo della struttura si alternano, passandosi il bastone del comando, personaggi della medesima famiglia. Un poco come ciò che accadde per i Ford negli Stati Uniti e, ovvero, coloro che spinsero il senatore Agnelli a lanciarsi nella sfida più temeraria al mondo. Una sfida che la dinastia torinese vinse diventando, strada facendo, la locomotiva trainante del treno Italia che viaggiava sulle rotaie traballanti per il terreno dissestato dalla guerra. E se il Paese ritrovò, poco alla volta, pane, companatico, dignità e piacere di vivere fu anche grazie alla sua prima industria capace di forare la pellicola del provincialismo. Di sicuro la Fiat ebbe anche un ruolo di freno a quelli che avrebbero potuto rappresentare il grimaldello per aprire il portone davanti a nuove e radicali scelte sociali e politiche. Con l’Unione Sovietica che, dopo i patti di Yalta, premeva e con i movimenti operai controllati da un PCI ancora stalinista l’Italia della democrazia appena ritrovata avrebbe potuto veleggiare seguendo una rotta contraria a quella dell’Europa. Se ciò fosse accaduto il nostro Paese oggi non sarebbe più lo stesso e forse neppure il mondo. 

Ma ciò non avvenne anche per le strategie anti-comuniste adottate, insieme, con la Democrazia Cristiana dalla stessa forza imprenditoriale torinese. Se ciò sia stato un bene oppure un male non è dato sapere in assenza di controprove. Di sicuro c’è che, al di là delle ideologie e della lotta di classe, la Fiat ha contribuito in maniera sostanziale alla crescita dell’azienda Italia e al buon nome della sua griffe. E per questo gli Agnelli, in particolare Gianni, si sono guadagnati l’eternità nella Storia planetaria. Cosi come, parallelamente, sono riusciti a fare nel calcio con la Juventus il cui significato originale di “gioventù” non avrà mai cedimenti.

Oggi, a centoventi anni dalla fondazione, i nuovi protagonisti di questa epica avventura industriale hanno altri nomi proprio come la stessa Fiat rifondata in FCA. Uno di loro, Sergio Marchionne, non c’è più e la sua assenza pesa assai malgrado il suo successore Mark Manley si stia rivelando un ottimo leader. Eppure, al di là dell’araldica differente, l’anima della Grande Fabbrica continua a brillare di quell’aura speciale caratterizzata dalla presenza dei capi storici e ormai andati. John Elkann, entrato nel Consiglio il giorno in cui si festeggiavano i cento anni della fondazione, ha saputo tener fede alla promessa fatta a suo nonno Gianni mantenendo le redini ben salde e cambiando non per demolire ma per migliorare. lo dicono i numeri con i suoi 200 mila dipendenti, 46 centri di ricerca, 100 stabilimenti, ricavi per 110 miliardi di euro, un utile netto di 3,6 miliardi e cassa positiva 13 marchi presenti in 135 Paesi. E non ci fermeremo qui promette il presidente John svelando che proprio domani a Mirafiori, il cuore della Storia, entrerà in funzione il primo robot per la produzione della 500 elettrica. Come quando, un anno fa, il suo cugino Andrea annunciava che la Juventus aveva ingaggiato Ronaldo.