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Per quale ragione i tifosi della Juventus, cresciuti nel mito del “vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta” (slogan rubato da Gian Piero Boniperti a Vincent Lombardi), fischiano la squadra anche se (secondo me per poco) è prima in classifica? E’ in atto una mutazione genetica o, più semplicemente, sono arrabbiati con chi aveva promesso loro uno spettacolo che si è visto solo a tratti? Io credo che gli juventini sappiano che il calcio si è evoluto e vincere in Italia gestendo il gioco e magari il vantaggio, non basti più. Come tutti gli appassionati vedono le partite degli altri campionati e, soprattutto, apprezzano e ammirano le squadre che in Champions League conquistano il trofeo o lasciano un segno indelebile. Scoprire che tra esse la Juventus non c’è mai li ferisce e li stizzisce. 

La stagione scorsa, nonostante i cinque scudetti consecutivi, quasi la metà dei tifosi chiedeva al presidente Andrea Agnelli di liberarsi di Massimiliano Allegri e di puntare su Pep Guardiola. Agnelli ci aveva già pensato - e, secondo me, ci pensa ancora -, ma Guardiola disse no e allora l’attenzione si spostò su Sarri, che aveva guidato il Napoli mettendo paura alla Juve e che con il Chelsea stava vincendo l’Europa League. Detto, non propriamente per inciso, che l’era del tiki-taka è finita da un pezzo e che Guardiola ha alzato due Champions con un irripetibile Barcellona, non esattamente con il Porto o con il Psv, bisogna ammettere che Sarri ha vinto poco

Pensare che sia proprio lui a rompere un digiuno cominciato dopo il 1996 (Coppa dei Campioni con Lippi) è azzardato. Tuttavia la dirigenza aveva maturato la convinzione che con Allegri al comando, e nonostante due finali, l’impresa non sarebbe stata possibile più. Fu dopo l’eliminazione ai quarti per opera del giovanissimo Ajax, allora di De Ligt, che Agnelli scese in conferenza stampa per rassicurare sulla permanenza di Allegri. Un excusatio non petita che sembrò quel che era: accusatio manifesta. Solo l’allenatore fece finta di capire il contrario. Poi, a ridosso della fine del campionato, il rapporto si interruppe pur senza fratture evidenti. 
Nei confronti di Sarri il popolo bianconero è sempre stato prudente. Primo, perchè sapeva che non aveva l’esperienza e il carisma di Guardiola, pur avendo incassato più volte la pubblica stima del tecnico catalano. Secondo, perchè prima del Chelsea era stato tre anni a Napoli e non aveva mancato di stuzzicare la Juve sia sui favori arbitrali, sia sui benefici di non giocare nello stesso giorno e allo stesso orario del Napoli. In fondo, però, a proposito della bravura dell’allenatore toscano, pochi dubitavano: il suo Napoli era stato un’autentica macchina da calcio che spesso aveva messo in difficoltà la Juve.

Ora, invece, come tutti possono constatare, la Juve non è più quella di Allegri e non è ancora quella di Sarri, febbraio sta per finire, marzo sarà un mese decisivo (Inter, ritorno di Coppa Italia, ritorno di Champions anche se tutte in casa) e la squadra, più brutta che bella, rischia seriamente su ogni fronte. Nessuno chiede il triplete, anzi molti accetterebbero di perdere lo scudetto (magari a beneficio della Lazio e non dell’Inter del poco amato Conte). Andrebbe bene anche lasciare la Coppa Italia al Milan, ma la Champions no. Quella, proprio nell’anno in cui se ne è andato Allegri, bisogna conquistarla.

E’ assolutamente vero che la Juve, nel girone di qualificazione, ha raccolto sedici punti su diciotto disponibili, dunque ha sempre vinto, tranne un pareggio, da rimontata, in casa dell’Atletico Madrid. Eppure quella squadra, tanto viva e promettente, si è completamente perduta. Sarri ancora oscilla tra il trequartista (che non ha) e il tridente impuro (fuori Higuain), con Cuadrado che finora ha fatto il terzino e da una settimana è tornato all’ala, le incertezze di Bonucci e De Ligt, la speranza di recuperare in fretta Chiellini, un centrocampo dove Pjanic è in crisi e Bentancur un’eterna promessa. E poi Rabiot che cammina, Matuidi che svirgola ogni pallone, Khedira non ancora pronto. Tutto troppo approssimativo e posticcio, tanto da far temere che ad ogni partita - domenica con il Brescia, sabato in casa della Spal - possa scattare una trappola e il progetto di una Juve europea vada in mille pezzi proprio perchè non funziona nemmeno in Italia. I fischi vengono da qui. E forse, più che rabbia, è una sottile, ineludibile inquietudine.