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L’insindacabile sintesi di ogni centravanti è il gol. Poco da aggiungere, finche la butti dentro, niente da dire. E Dzeko, fin qui, sta facendo il suo dovere, se appunto ancoriamo il discorso alle sole realizzazioni: 6 apparizioni in campionato e 5 gol per il bosniaco, che l’anno scorso con la maglia della Roma aveva messo a segno 7 gol in 27 presenze totali. Di sicuro siamo di fronte a un upgrade consistente, ma forse a Milano, a torto o ragione, in molti si aspettavano da Dzeko qualcosa in più dei gol. Anzi, qualcuno ne avrebbe anche barattato qualcuno in cambio di una partecipazione più attiva alla manovra. 

UNA NUOVA VITA -  Ma il calcio è anche paradosso e allora può capitare che Dzeko, il Rè dei “manovrieri”, per usura o stanchezza, abbandoni il sui vero io per sposare una filosofia che aveva sempre respinto: quella dello stoccatore. Perché l’Edin Dzeko (esclusa qualche rara parentesi) visto finora all’Inter è soprattutto questo, un oscuro protagonista che s’accende d’improvviso. Sempre elegante, ma lento. Un po’ arrugginito. Eppure decisivo, presente in episodi chiave, come a Firenze, ma anche ieri contro l’Atalanta. Entrambe partite mal giocate dal bosniaco, spesso invitato a sedere in panchina da parte dei suoi stessi tifosi presenti in tribuna. Perché le sue movenze trasmettono sentimenti e ogni suo scatto pare avere un destino scritto. 
GODI SOLO A METÀ - Ma questo è giusto? È giusto non farsi bastare il rendimento di chi, nonostante tutto, sta offrendo alla squadra numeri meritevoli d’attenzione? La paura è quella di essere di fronte a un calciatore fortissimo ma con poche riserve energetiche. Come avere un magnifico Iphone con la batteria a terra, te lo godi con il terrore che prima o possa lasciarti a piedi. E allora abbassi la luminosità, ne limiti l’utilizzo. Te lo godi a metà. Il gioco vale la candela? Finche segna…