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La parola chiave è recidiva. La mazzata contro lo sport russo, vibrata dall'Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) con l'esclusione di quattro anni da tutte le competizioni mondiali, è soltanto l'ultimo passaggio di una storia di doping che ha caratterizzato gli anni più recenti. Una sequenza di episodi e sanzioni che prende origine dalle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014. Esse costituiscono un passaggio cruciale non soltanto perché da lì scaturisce l'inchiesta che porta al risultato di oggi, ma soprattutto perché sono l'emblema del posto che lo sport ha nella politica di potenza del presidente russo Putin. Egli assegna allo sport e all'immagine atletica di se stesso un'importanza molto alta, e per questo è stato il promotore dei Giochi da svolgersi nella sua località prediletta di vacanze. 



Da quei giorni di putinismo trionfante nel mondo dello sport sono cambiate molte cose. Già i giorni in cui si celebravano le Olimpiadi invernali 2014 furono l'occasione per mettere sotto attenzione la politica di repressione degli orientamenti omosessuali vigente in Russia. Ma gli strascichi peggiori sono arrivati dopo, man mano che emergevano le tracce di un sistema del ricorso alla farmacologia illecita presto etichettato come doping di stato. Una formula che richiama alla memoria i tempi della Guerra Fredda, e che in qualche misura ne ripropone lo schema, per quanto adattato a un'epoca che nel frattempo ha visto ridisegnare gli equilibri geo-politici. Infatti è stata e continua a essere da Guerra Fredda la reazione delle élite politiche russe alle accuse, interpretate come un attacco del mondo occidentale alla risorta potenza geo-politica che invece pareva non dovesse avere una continuità dopo il crollo dell'impero sovietico, tale argomento era stato utilizzato anche nei giorni di maggio 2015 in cui l'inchiesta del FBI e della magistratura svizzera, oltre a decapitare i vertici Fifa, portò a mettere in discussione l'assegnazione delle fasi finali dei mondiali di Russia 2018 e Qatar 2022. In quella circostanza, dalla diplomazia russa partì l'accusa di un complotto statunitense contro il mondiale russo, con lo scopo di strappare in extremis l'organizzazione della manifestazione.

Da allora molti episodi si sono aggiunti al dossier del doping di stato. E le sanzioni contro le federazioni e gli atleti russi si sono sommate. Abbastanza per far apparire specioso l'argomento d'auto-difesa basato sul complotto occidentale. Che tuttavia sopravvive e viene usato soprattutto a beneficio di un'azione per compattare l'opinione pubblica interna. Il primo ministro Dmitri Medvedev ha infatti commentato la decisione della Wada parlando di “isteria anti-russa”. Ma ha anche dovuto riconoscere che qualche problema di doping, nello sport del suo Paese, esiste davvero. Una doppiezza di atteggiamento che pervade tutto il percorso di questa vicenda. Prove evidenti che emergono in serie, cui vengono contrapposte retoriche del complotto e poco altro. Volontà di risolvere il problema dell'abuso di farmaci illeciti? Per il momento non se ne vede traccia né risultati. E il passaggio al Tas di Losanna è un atto dovuto. Difficile ipotizzare che la storia del doping di stato sia finita qui.
@pippoevai