Un grande giornalista, Luigi Pintor, scrisse che con il giornale del giorno prima ci si poteva incartare il pesce. Cinico, ma vero. Era circa una quarantina d’anni fa e se la frase metteva in luce quanto effimera, poco profonda e anche poco responsabile poteva essere l’informazione, i politici stavano comunque, attenti a quello che dicevano. Spesso restavano al loro posto, anche dopo una brutta figura e un giudizio sbagliato. Dopo sconfitte elettorali, riemergevano. Le dimissioni arrivavano al terzo grado di giudizio, ma  essere indagato o venire sbugiardato rappresentava un problema serio. Insomma, esisteva una relazione fra fatti, dichiarazioni e responsabilità.
 
Ora no. Anzi. Nell’epoca della comunicazione diretta e perenne, della fake allegra e costante, la dichiarazione di 5 minuti non serve nemmeno per incartare il pesce, visto che non sta sulla carta. Non solo non serve, ma non ha più alcun senso, come se le persone vivessero in un eterno presente senza memoria e credessero, senza mai fare i conti, a tutto quello che viene, letteralmente, sparato. Si passa più tempo a dichiarare, esternare, “selfare”, che a leggere, ascoltare, vedere, capire. Conta spararle grosse per esistere. Tanto, comunque, nessuno paga le conseguenze. Eppure, quelli in coda sarebbero tanti.

Virgolettano, cinguettano, dichiarano a caldo, all’uscita di un cinema, durante un’inaugurazione, e, soprattutto, per via digitale. Mai fermi, sempre col telefonino in mano. Su tutto: dall’Europa, alla frana (piccola) di Pizzo Calabro, dalla cronaca nera, al calcio.
 
A proposito, il mondo del calcio rispetto a quello della politica, sembra una congrega di mistici durante gli esercizi spirituali. Certo, anche i calciatori, i procuratori, i dirigenti, gli allenatori straparlano, ma spesso lo fanno per contratto: hanno un impegno predeterminato con i media. Oppure lo fanno per giustificarsi. I politici no. Parlano a “schiovere” come si dice da Roma in giù, ossia a vanvera “a pioggia battente” e poi se ne fregano altamente se quello che hanno detto è clamorosamente smentito dalla realtà. Prendete questi quattro campioni (Salvini, Giovanardi, La Russa, Gianni Tonelli, già poliziotto, sindacalista e oggi deputato leghista) e le loro dichiarazioni sul caso Cucchi. Non passa giorno che non venga accertata, in relazione a quel caso, non solo in sede giudiziale, ma anche con testimonianze ulteriori di alcuni protagonisti, la responsabilità diretta di un gruppo di carabinieri e della relativa catena di comando. Recentemente, uno di quei carabinieri è tornato sul fatto, ha confermato il pestaggio subito da Stefano Cucchi e si è vergognato per quanto accaduto.

​Apprezziamo le scuse, non facciamo di tutta l’erba un fascio, ma pensiamo che nessuno sia immune dal dover pagare i propri errori, sia carabiniere o meno. Invece i nostri quattro campioni non solo non chiedono scusa, ma fanno finta di niente. Senza prove, senza conoscere nulla, rilasciarono sul caso in questione, le seguenti dichiarazioni: “Difficile pensare che sia stato pestato” (Matteo Salvini); “Le lesioni? La causa è la malnutrizione. Ha avuto una vita sfortunata” (Carlo Giovanardi): “La cosa di cui sono certo è il comportamento corretto dei carabinieri” (Ignazio La Russa); “Se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze” (Gianni Tonelli).
 
Non dico “conoscere per giudicare” come affermava Luigi Einaudi, e nemmeno chiedere scusa. Per carità, ma almeno: “forse abbiamo parlato troppo, forse ci siamo sbagliati…”. Forse…