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Oltre le luci della ribalta - nel circo del calcio che quotidianamente frequentiamo - c'è un mondo sommerso inquinato dal malaffare. Rotola il pallone anche da quelle parti e spesso si buca, finendo la sua corsa tra le pieghe di vite disperate. Ogni tanto però succede che una luce si accenda nel buio e prende forma una favola.

Ci parla di questo «La volta buona», film di Vincenzo Marra, con Massimo Ghini, Max Tortora e Francesco Montanari, bloccato all’uscita dall’emergenza Coronavirus e finalmente sugli schermi in questi giorni. La storia riassume tante storie, di quelle che leggiamo frettolosamente, impegnati come siamo ad ammirare muscoli e gol dei fuoriclasse, da Cristiano Ronaldo a Ibra, passando per Lukaku.

Il protagonista (Ghini) è un procuratore con il vizio del gioco, assediato dai creditori e con una famiglia in frantumi. Sta aspettando un’occasione, una soltanto che gli svolti la vita. E quell’occasione porta dritta a un ragazzino povero, scovato nella baraccopoli di Montevideo. Uno dei tanti, non fosse per una qualità che lo rende straordinario: ha i piedi fatati, gioca divinamente, ha un rapporto di amorosi sensi con il pallone. E’ un predestinato, è una miniera d’oro da far fruttare. E’ il nuovo Maradona, come ce ne sono stati tanti e come ce ne saranno ancora.

L’intera storia gira attorno a Bartolomeo (Massimo Ghini), il suo socio Bruno (Max Tortora) e il ragazzino d’oro, il piccolo Pablito (Ramiro Garcia). Ad accenderla è per tutti e tre l'ambizione, la volontà di ribaltare il mondo e piantarci sopra la propria bandierina. Girano soldi, più o meno sporchi, girano speranze, gira la ruota della fortuna, al confine tra tratta dei minori e criminalità.
Ad unire i tre è la magia del calcio, che ognuno di loro custodisce in modo diverso. I procuratori con cinismo, il piccolo Pablito con un'ingenuità che commuove. Conosciamo bene - noi appassionati di calcio - le infanzie complicate di molti campioni, da Ibrahimovic cresciuto covando rabbia in un ghetto di Malmoe a Donsah, sbarcato in Italia con un pallone, senza scarpe e senza nessun riferimento.

Conosciamo bene queste storie di redenzione e «La volta buona» ci porta a toccarle con mano, per averne contezza e ricordare chi e cosa si muove dietro al telone del circo. Il film è da apprezzare soprattutto per la credibilità con cui affronta l'argomento calcio. Senza retorica, con la giusta dose di pathos. E’ un film - possiamo dirlo - anche necessario, proprio perché ci svela un mondo che per pigrizia preferiamo ignorare.

Storicamente il calcio al cinema non funziona granché e chissà che questo “La volta buona” non segni un nuovo inizio. A parte qualche documentario straordinario (ne citiamo tre: “Diego Maradona” di Asif Kapadia, “Forbidden: the Justin Fashanu story” e “Bobby Robson: more than a manager”, tutti su Netflix); i film davvero memorabili sono pochi. Si va dai classici come “Fuga per la vittoria” che mescolano sentimenti e storia fino alle vicende più intime come “Il mio amico Eric” (con Cantona protagonista), e passando per “Il maledetto United” (la storia di Brian Clough) a “Febbre a 90” si ha la conferma di come sia in realtà il cinema anglosassone a trattare la materia con un approccio più serio.

Tra i film italiani meritevoli di nota vogliamo qui ricordare “L’uomo in più” del premio Oscar Paolo Sorrentino e “Il campione”, la storia di una giovane promessa “alla Totti” uscita un paio d’anni fa. “La volta buona” si inserisce in questo filone, così lontano da altre pellicole che pur facendoci molto divertire ed essere diventati piccoli cult - parliamo de “L’allenatore nel pallone” con Lino Banfi - usano il calcio nella prospettiva della commedia.