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Laziomania: chi ha messo tutto il peso del mondo su Milinkovic Savic?

Laziomania: chi ha messo tutto il peso del mondo su Milinkovic Savic?

  • Luca Capriotti
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Sta accadendo. Una roba che avevamo solo temuto, che aveva infestato estati e incubi: Milinkovic Savic sta lasciando la Lazio. Lotito lo ha confermato, tutti gli esperti di mercato concordano: mancano poche ore. Da quell’occhiolino ancora bagnato di lacrime atterrato a Roma, dopo aver detto di no alla Fiorentina, Milinkovic Savic ha fatto di più di quello che un buon giocatore poteva pensare di fare nella capitale, con la maglia della Lazio. Milinkovic Savic è stato il vanto di un’intera tifoseria. I tifosi della Lazio avevano Milinkovic Savic, gli altri no.

UN GIOCATORE PARANORMALE - Non è un giocatore normale, Milinkovic Savic. Il pallone che gli altri prendono di testa, lui lo prende di petto. Il pallone che gli altri scaricano indietro, lui lo direziona di tacco. Il pallone che per gli altri è incontrollabile, ai suoi piedi si cheta, si addomestica, si ferma. Non è mai stato un giocatore normale, ma piano piano è diventato di più di un giocatore forte. Milinkovic Savic è diventato il simbolo vivente di una sfida: il derby lo puoi vincere, perché hai Milinkovic Savic. Se le grandi del Nord arrivano a Roma a giocare le puoi battere, gli puoi fare male, perché hai Milinkovic Savic. Certo, a volte spariva, a volte irritava. Ma non è mai stato uguale a se stesso, e non è mai stato veramente diverso. Da trequartista è diventato una mezzala portentosa, da mezzala portentosa è diventato un dominatore. Da dominatore è diventato un distruttore di altri. Da distruttore, per i laziali è diventato il Sergente. La sua comunicazione è cambiata, come il pallone docile ai suoi piedi, anche i suoi social si sono trasformati. Ha cominciato a parlare come giocava: come l’unico che può, che se vuole fa, che se fa domina, che se domina fa vincere la Lazio. Un giocatore che valica un qualsiasi concetto di normalità tranne uno: quello relazione profondo con i tifosi della Lazio, che prima lo hanno adottato, poi hanno temuto ogni anno, per 8 anni, che li abbandonasse, ma sotto le sue immense spalle hanno sempre trovato rifugio, speranza, controllo del pallone aereo e vittoria. Milinkovic Savic non è mai stato normale, e per questo ci è sempre piaciuto da morire. 

IL SIMBOLO DI UNA SFIDA - Milinkovic Savic è, ed è sempre stato il simbolo della sfida. Più dei reali desideri di Lotito, è lui stato la vera sfida tecnica alle grandi. Perché non ci è andato, perché quando ha potuto gli ha segnato gol pazzeschi, perché ha regalato la potente sensazione ai suoi tifosi che potesse vincere le partite da solo, che certe zone di campo non fossero più democraticamente percorribili o fruibili, ma fossero soggette al suo strapotere assoluto. Milinkovic Savic ha regalato ai tifosi della Lazio la speranza solida di avere un top player, di coccolarlo, di vederlo ogni anno sfidare record, superare i propri limiti, migliorare. Ha detto una cosa a tutti: nessuno è come me, ma io sono per voi. Ha corso di più, ha giocato di più, ha regalato più assist, ha segnato di più. Ogni anno di più. Il Sergente ha voluto, il Sergente ha disposto, il Sergente ha fatto. 

LA FINE DI UN’ERA - L’addio di Milinkovic Savic rappresenterà per sempre una cosa semplice: non me ne vogliano gli altri, ma era semplicemente il più forte di tutti. Tifarlo è stato un onore, ma soprattutto il suo addio rappresenta la fine di un’era. Se l’addio di Tare è stata una pagina storica per questa società, quello di Milinkovic determinerà la fine di un sodalizio che è stato più famigliare che professionale. In questa famiglia, Milinkovic è cresciuto. Ha chiesto a Lotito di andare via, e Lotito lo ha concesso, come si fa con i figlioli che non si capisce del tutto. Certo, Lotito capisce altro: l’offerta multimilionaria, i dettami, il tutto fatto finché non si firma, e tante altre cose. Non so se sia veramente la fine di questo legame, ma so per certo cosa è stato Milinkovic per la Lazio: il potere di vincere le partite da solo, l’urlo e la mano che va alla fronte, il pallone imprendibile per tutti ma per lui no. Quando la Lazio ufficializzerà il tutto, parleremo dei dettagli, dei sostituti, della sua scelta, di tutto il resto, razionalizzeremo. Ma per ora mi piace pensare a quando  nei big match l’intero peso del mondo finiva sulle sue spalle, e lui che lo controlla di suola, e lo scaraventava in rete,

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