Come lo combatti il fato? La Lazio esce frantumata da una semifinale a tratti bella, ad alta intensità, sicuramente lunga, lunghissima, nel gelo dell'Olimpico. La sensazione angosciante del "già scritto", con la partita che si avvita verso l'unica conclusione possibilmente beffarda, inevitabile, come se fosse un fato a cui comunque tutti i presenti e gli assenti e i lontani erano chiamati. La chiude sotto il nevischio un rigore del tifoso biancoceleste Romagnoli, sotto la sua Curva Nord ("ci andavo con mio padre da bambino"), senza esultare,  con la 13 di Nesta (quando ci ridarete la metà della sua carriera, sarà comunque troppo tardi).  E' sua la faccia che più percorre le bacheche Facebook dei tifosi della Lazio, con la famosa "maglia bandiera", in un selfie che sa di amara beffa. Il "paradosso" Romagnoli è quello che più fa incupire: durante la lotteria dei rigori il pensiero ricorrente era sempre quello. "Chi ci può fare più male, chi ci può beffare?".

Una corrente di pensiero sosteneva l'ex giallorosso Borini, voluto fortemente da Inzaghi prima del suo passaggio al Milan. Un'altra diceva il grande ex, Lucas Biglia, quello del "Forza Lazio" al suo primo giorno rossonero. Invece no, il destino ha voluto fosse quello  che "forza Lazio" lo gridava da bambino. Che alla fine alza gli occhi al cielo, a fine partita aveva il cellulare grondante di messaggi, li leggeva a testa bassa, in zona mista. "Alè, te l'avevo detto, gli dicono. E lui legge, con la 13 di Nesta. 

Un altro che non meritava di finire così è stato Luiz Felipe. Il brasiliano calcia alto il rigore decisivo, dopo due parate di Strakosha (e due errori di quelli che non ti aspetti, Leiva e Milinkovic Savic, 200 milioni di occhi al cielo a causa sua). Non se lo meritava: ha giocato una partita da veterano, subentrando a Caceres, ha sopportato gli strappi rossoneri, il Milan capace di ribaltare il campo e risalirlo a grande velocità. In qualche modo, oscuro, ha evitato il gol di Kalinic, arrivando a spron battuto, forzandogli psicologicamente la conclusione. La sua ultima conclusione, il rigore, lo ha abbattuto, a fine partita, in zona mista, aveva quasi gli occhi lucidi. Ora toccherà ad Inzaghi ricomporre, ricreare umore ed energie, proprio lui che per qualche oscuro motivo contro Gattuso non ce la può fare, come se si ostinasse, da calciatore, a dribblarlo sempre allo stesso modo, e allo stesso modo venisse stoppato, ripreso, inseguito. Gattuso costringe la Lazio alla stasi, un sistema in eterna proposta offensiva a languire un poco (anche se le sue palle gol la Lazio le ha, eccome). E al "paradosso" di Romagnoli si aggiunge la "maledizione Gattuso". Non lo salti mai. Mancava solo la neve. Ah no. 

Sui social, che bel mondo, vario, qualcuno già scrive "Milinkovic ha scocciato". Il serbo già incappa nella "sindrome del riccone": le offerte ultramilionarie che lo riguarderanno danno un po' fastidio, perché se vale così tanto allora, per alcuni, dovrebbe decidere sempre, strabiliare sempre. Con Kessie ha dato  vita ad un duello titanico, fisico, mentale, di forza e gambe e tecnica. Una cosa che nemmeno "Maciste contro Golia", solo per lo spettacolo da calcio marziale misto bisognerebbe saltare in piedi, contenti di poter offrire qualcosa di simile su un palcoscenico così importante. La Lazio esce con una certezza: è uscita da Lazio. A testa alta, giocandosela fino allo stremo. Ora la Juventus appare una montagna altissima da scalare, perlopiù con 120' sul groppone.


Che significa che è uscita da Lazio? I laziali già lo sanno. Soffrendo, ovviamente, con una punta di crudeltà opzionale del destino. No, non il nevischio in faccia a fine partita, ma quel rigore, il gol, un tifoso della Lazio che, sotto la sua curva, alza gli occhi al cielo, quasi senza esultare, mentre i suoi compagni lo raggiungono in folle esultanza. E no, i suoi compagni non sono i giocatori della Lazio.  Quelli dovranno rimettere insieme i pezzi, resettare tutto. Perché se ai tifosi si può chiedere di non strachiedere (a Milinkovic), loro sanno che comunque, contro la Juventus, dovranno di nuovo stra-dare tutto.  Anche per dimenticare una sorte di angosciante sensazione di avvitamento veloce, di caduta al suolo, che mano a mano, passando i minuti, si aveva in testa, opprimente, una specie di memento rigori. Come se i rigori potessero regalare la sentenza più amara, più beffarda, con la 13 di Nesta, sotto la Curva Nord, con lo sguardo al cielo (quando ci ridarete indietro, Milan, la metà della carriera di Nesta, sarà comunque troppo tardi). E così è stato, ed è stato assolutamente da Lazio, qualcosa che tutti i presenti, gli assenti e i lontani sono chiamati a fronteggiare come hanno sempre fatto. Assolutamente da laziali.