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Il problema non è la vittoria della Roma in Conference League, o le parole di Lotito, o l'audio sul gol di Acerbi o le innocenti evasioni della stampa giallorossa quando si tratta di parlare dei loro arrestati. 

Il problema non è solo il calciomercato in arrivo, le tante lacune in rosa, le posizioni da riempire di nuovo e l'importanza della seconda stagione di Maurizio Sarri alla Lazio, o il di lui rinnovo.

Il problema dei tifosi della Lazio è l'assenza di sogni, l'abitudine oramai incallita ad una solida realtà cementizia, rammendata, casalinga e rattoppata. Lotito vuole che sia pagata moneta per i suoi cammelli, ma non ha capito davvero quale sia l'unica vera moneta che muove l'uomo, il tifoso, il laziale: la speranza.

La cosa che mi ha colpito di più, tra le tante, delle dichiarazioni dei giocatori della Roma è lo sguardo verso un punto fisso. Rubo un'immagine ad un'omelia che ho sentito qualche ora fa: i marinai dicono che, per fare passare il mal di mare, bisogna guardare un punto fisso. Un punto fisso: loro parlano di continuo di trofei futuri, di grandi speranze progressive, di Mourinho come Virgilio che li sta traghettando dall'inferno dei senza trofei a rimirar le stelle.

Per muovere da 28mila tifosi a 55mila a partita serve la speranza. Per scommettere sul futuro senza sapere un'h di calciomercato, delle reali intenzioni dei Friedkin, di quello che succederá, ci vuole speranza. E no, non sto parlando delle patetiche illusioni di cui spesso si sono nutriti nel loro sottobosco di credenze e idee alternative, figlie di un mondo parallelo in cui sguazzano allegri: no, io parlo di genuina speranza. 
Abbiamo concluso la stagione sopra, e non speriamo. Anzi, le parole di astio di Lotito hanno rinfocolato bile, rabbia, frustrazione. Ammazzato la speranza. La gente è tornata allo stadio, quasi a voler dimostrare a Lotito che i laziali esistono, ci sono, quasi in contrapposizione alle sue solide sparate di pragmatismo paternalista. Ma la speranza, quella la dobbiamo ancora gustare.

La speranza, quella la dobbiamo ancora riscoprire. Quale speranza, su tutte? La speranza di sognare in grande. Al di là degli obiettivi, della reale tenuta della squadra, la speranza di fare qualcosa oltre le proprie realistiche paratie, i difetti di rosa, gli scarponi. Io questa speranza la vedo nei ragazzi e nelle ragazze che, senza uno straccio di abbonamento, hanno fatto chilometri di trasferte. 

Ok la rivalità, gli sfottò, una Coppa che può essere importante o meno ma è stata vinta, una glorificazione eccessiva o una minimizzazione faziosa, le parole di Mou, tutto quello che volete: la realtà è che, in termini di speranza, la Roma in questo momento sta meglio della Lazio. Poi il confine con l'illusione è labile, e basta poco per ribaltare la situazione.

Per esempio basterebbe una campagna acquisti importante per Sarri.

La vedo nei bambini con la maglia della Lazio, ieri e oggi e domani, nelle radio sintonizzate e nella gente che si avvelena per amore. Ma bisogna ridarla a chi non ce l'ha, ai tiepidi, a chi ce la chiede, a chi verrebbe 10 volte allo stadio all'anno e ci è andato zero. Senza di loro, siamo monchi. Senza tutti, siamo monchi. Senza speranza, siamo monchi. E questo è IL problema.