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Questa Lazio comincia a far paura. Comincia a far riflettere, continua a far parlare di sé (almeno, dovrebbe far parlare di sé). La vittoria contro il Cagliari è rotonda, nonostante il tentativo di reazione dei sardi all'esonero di Rastelli, al nuovo allenatore Lopez. Un pressing alto fino all'area di rigore per mettere in difficoltà il possesso palla dei biancocelesti, qualche occasione, perfino un gol a rimettere in parità la situazione. Situazione paradossale: il gol è stato annullato dal guardalinee (il fuorigioco, se c'è, è millimetrico), concesso dall'arbitro, che ci ripensa e ricorre al Var. A quel punto non ha scusanti, il millimetro è vivisezionato, il gol annullato, con Inzaghi che prima di tutti capisce, e fa ampi gesti ai suoi, già a centrocampo. 

Tutto da rifare, o meglio, tutto da continuare: Immobile abbatte il Cagliari a suon di movimento continuo e tagli, chiude il match con la complicità di Bastos. Chi pensava che il doppio impegno fosse un carico troppo gravoso forse dovrà ricredersi: la Lazio qualche momento di appannamento lo dimostra (non tutte le letture sono perfette), ma reagisce sempre attaccandosi ad una forte identità, all'organizzazione, alla gestione del match precisa e abbondantemente preparata a tavolino. E ha un rendimento così pazzesco che qualcuno, ai piani alti, comincia a notarlo, o continua a farlo: Spalletti, che finalmente ora può chiamarla per nome, dopo anni di perifrasi causa ambiente giallorosso, non fa che indicarla, quasi in maniera apotropaica, Allegri se la ritrova sempre tra i piedi, e per due volte già è stato battuto da Inzaghi, in pochi mesi. Di Francesco la tallona, aspettandosi tutto, probabilmente, meno che di doverla inseguire. 

Benvenuti nella crisi del secondo anno modello Inzaghi: se l'anno scorso ha fatto bene, nell'anno della competizione europea, fatale a molti prima di lui in panchina biancoceleste, vuole fare ancora meglio. Il suo sistema di rotazioni, anche importanti, sta funzionando, e lo sta aiutando a giocare ogni 3 giorni senza particolari intoppi. I suoi senatori tirano il freno a mano dei sogni, "vedremo nelle prossime partite quanto sarà grande la Lazio", è il pensiero comune, ma ai tifosi non resta che ridere, abbracciarsi, continuare ad alzare il livello di speranza e voglia di riscatto. Questa Lazio che fa la voce grossa fa paura, sconfigge i calcoli preconfenzionati di inizio campionato: chi si aspettava le milanesi in Champions ("devono per forza, altrimenti...), per ora rimane deluso, almeno a metà. 

Ragionevolmente la Lazio farà la corsa con la Roma per una piazza europea (considerando l'Inter, con Spalletti, un passetto in avanti). Ma tutto sta andando contro ogni logica, tutto farebbe supporre che la squadra biancoceleste al massimo possa lottare per un quarto posto, già miracoloso. Ma la Lazio non lo sa, e continua a vincere. Mentre Inzaghi raggiunge la conferenza stanza sudatissimo, e qualcuno chiede per lui urgentemente una bottiglietta d'acqua, come se avesse giocato lui (e forse è così, in qualche modo empatico che solo lui sa mettere in campo), questa Lazio infrange record su record. E fa paura a molti, continua a far paura. Ah, chi apprezza il calcio nella sua interezza, ovviamente si felicita, ed ammira l'impianto di gioco, i giocatori ritrovati, i colpi dei biancocelesti. Tutti gli altri, quasi tutti quindi, tremano, e cominciano a pensare di doverla considerare, di nuovo, tra le grandi. E Inzaghi, come se avesse giocato lui, guarda la sua creatura crescere, gli altri tremare, la Lazio sui giornali, che prima non la consideravano, che forse ancora non la considerano del tutto. Ma la Lazio non lo sa, e continua a stupire.