Commenta per primo

Guardando "Sunderland Till I Die" mi sono ricordato perché seguo il calcio, perché mi appassiona ancora così tanto, perché la Lazio occupa una parte così rilevante della mia vita. E perché, con tutto il cuore, in qualche modo spero che sia possibile riprendere il campionato di Serie A. Non vi sto a spoilerare la docu-serie: merita per chi, come me, ha una concezione di questo sport connessa col sentimento, con l'emozione, con il brivido di adrenalina. La passione che questo sport genera dovrebbe essere il primo motivo per cui dovremmo voler tornare a giocare. Il calore. La forza di uno stadio, di un popolo, di una vita dietro a 11 giocatori in maglietta uguale. Un pallone, a decidere le sorti, le settimane, l'umore. 

Mi sono ricordato perché, all'una di notte o alle 5 del mattino, sto piegato su un pc scassato pure il giorno di Pasqua, il primo dell'anno, a Natale. Perché con la neve, il caldo torrido di Roma o la pioggia torrenziale non ho mai pensato: "Ora smetto col calcio, mi cerco uno sport indoor". 

N.B. Le beghe tra Cellino, Diaconale, raglio d'asino, e queste amenità, lasciamole a loro. Perfino la polemica con la Juventus, pure appassionante quanto "Vento di Passione". Voglio tacere anche delle scelte di cassa integrazione di alcuni club di Serie A, che in Inghilterra hanno inferocito le folle e qui passano sotto silenzio. 

LOTITO IL NUOVO UNTORE - In Italia, invece, è tutto focalizzato, in questo momento, nella ricerca dell'untore. Lotito si è prestato, tramite le parole di Diaconale, alla perfezione nel ruolo manzoniano: ha parlato come sempre in maniera schietta di una fase due a cui non sembra voler pensare nessuno. Perfino il Governo ha istituito una task force solo pochi giorni fa. Eppure dovrebbe essere uno scenario considerato, dovrebbe essere soppesato. Poi è arrivata la Uefa, la Fifa, a dirci di giocare. E all'improvviso l'untore, il runner, in fila sulla Pontina, il Lotito malvagio è uscito per quello che è: uno che cura i suoi interessi, come fanno tutti nel calcio. E i benpensanti si sono accorti che alla ripresa bisogna pensare per forza. Per molti motivi sociali, economici, e tutto il resto. La musica che suona è la stessa di Lotito, però all'improvviso sono tutti d'accordo.

SUNDERLAND TILL I DIE - Vedendo "Sunderland Till I Die" mi sono ricordato che, in realtà, il motivo più grande per tornare a giocare (quando, come, spero sia deciso VERAMENTE in termini di salute, e non in tutti i termini di cui sopra) sarebbe quello umorale, legato al morale, alle nostre condizioni mentali. Siamo ristretti, rinchiusi, circondati da complotti, da informazione distorta, da una squallida caccia all'untore, allo scandalo, inseguendo le nostre frustrazioni. Il calcio sarebbe, in questo momento, quasi vitale: non in una funzione oppiacea, ma fortemente densa di simbolismo. Sarebbe una via.

Un possibile ritorno ad una qualche normalità. Ma chi ha visto tutto "Sunderland Till I Die" - da qui in poi chi deve vederlo si tappi gli occhi - sa anche che i buoni propositi, le speranze, perfino le buone idee alla fine si scontrano con la durezza della realtà. Con le sconfitte. I numeri del Covid sballati, che non fanno capire niente. E la sensazione che si tornerà a giocare, a lavorare, a muoversi per tutti gli interessi di cui sopra. E che di tutto questo sentimento, questa mia voglia di normalità, di Lazio, di gol di Immobile, assist di Luis Alberto, suola di Milinkovic, sono tutte dannate ingenuità. Con la sensazione di essere quel ragazzino, di quel famoso film: "Non passeremo mai questa fase". Almeno pensiamola, se non possiamo passarci, a questa fase 2. Sogniamola, almeno.