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Qualcosa di quello che nelle prossime righe scrivo l’ho già scritto: uno scrittore come l’immenso Borges, quasi cieco dunque buon divinatore (nonché prodigioso e presago in un racconto breve sul calcio in Argentina, scritto con Bioj Casares, una volta o l’altra lo ricorderò), disse che tutti i libri sono in fondo un solo libro, ci stanno tutti dentro nel senso che ogni cosa è già stata scritta, e più volte. Quanto sto per scrivere l’ho magari già scritto in qualche modo, in qualche forma, qui comunque lo riscrivo con un nuovo maquillage legato alla situazione attuale, alla cui luce mi illumino. Io non credo, come invece tanti miei solenni colleghi d’antan, che i lettori siano anche archivisti dei loro giornalisti preferiti, e perciò conservino certi articoli, e possano balzare felici e documentati fra le righe. E comunque se esiste anche per me uno di questi canguri della lettura, mi scuso con lui per averlo portato a (ri)leggere cose mie che già sapeva. Comincio il mio modesto ma sentito (da me, se non altro, e nel mio piccolo davvero piccolo) attacco a tre concetti, tre convinzioni, tre dogmi.

IL CENTROCAMPO  - Esaltato, venerato, pubblicizzato come posto del campo in cui nasce il gioco. La partita si vince a centrocampo: uno slogan masticatissimo da tanti, anche se mai qualcuno di loro ha visto un gol segnato da centrocampo. Ad Aberdeen, Scozia, furono duri e chiari con Karl Hansen, un sedicente centrocampista danese che, dopo tanta Italia alla grande, Juventus compresa, specificò il suo ruolo quando, prossimo al pensionamento, cercava ancora un ingaggio di fine carriera. Gli precisarono: “Qui poi decide il vento, costante e forte: tutti nella nostra area di rigore se ci è contro, tutti avanti se ci è a favore”. Di recente Jurgen Klopp, il supervincente allenatore tedesco del Liverpool, ha detto che a centrocampo vuole interditori forti, alti, grossi, quasi dei muri, però in possesso di un calcio lunghissimo per lanciare a rete gli attaccanti. Lo ha ridetto, ridendo felice con i suoi denti grossi e bianchissimi bene esposti, dopo avere vinto contro il Manchester City di Pep Guardiola, lo spagnolo inventore, nel suo Barcellona, del tiki-taka, dei tanti passaggini di tipo onanistico, cominciati e subito infittiti specialmente a centrocampo. Posizione, la sua, che fa scalpore anche alla luce di una campagna, con echi sin nella Fifa, per rivalutare il dribbling e di riflesso un certo calcio magari lezioso ancorché belloccio.

LO SPOGLIATOIO  – C’è chi dice addirittura che la partita viene vinta nello spogliatoio, quando prima del via sono messe a punto tattiche speciali e soprattutto viene cementato, magari con slogan ad hoc, il patto di massimo impegno fra i giocatori. Delle tattiche diciamo più avanti. Il resto della tesi riduce giocatori ricchi, se non altro furbi, si spera almeno un po’ colti, capaci di gestire se stessi e tanti impegni e magari una famiglia, capaci in campo e fuori di fare le cose perbene, a bambini idioti ai quai occorre una azione speciale, un rito magari di genere tribale, per dare il massimo nell’espletamento del loro lavoro primario. Idioti e magari anche disonesti.

LE TATTICHE - Premianti ora al punto che, secondo taluni, avrebbero generato, predicando anche un atletismo spietato, la fine del dribbling poetico sono parenti strette degli schemi. Chiedemmo una volta a Sergio Vatta, mago del calcio giovanile (Torino, Lazio, Nazionale), se mai i suoi docili allievi avevano sperimentato con successo in allenamento uno schema tattico. “Uno schema? Neanche un tiro”, ci disse onestissimamente. E il grande Nereo Rocco diceva di sè e degli allenatori: “Importante è che non si faccia danni”. In campo l’imprevedibile (“la palla è rotonda”), il caso e l’arbitro fanno sì che anche lo schema più accurato salti subito. Si gioca naturalmente, come si sa e come l’avversario lascia giocare. L’allenatore bravo è quello capace di pomiciare bene con i media e quindi con la gggente, di spiegare anche l’inspiegabile con paroloni importanti, di valorizzare il giocatore con spinte soprattutto psicologiche e di così arricchire dunque i presidenti padroni, di scegliersi ottimi preparatori atletici. Segue dibattito?