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Se qualche presidente di società avesse ancora in testa di dichiarare nullo il campionato di serie A (e a seguire quelli delle categorie seguenti) già ad aprile - come hanno fatto in Belgio -, sa a che cosa l’Italia va incontro: l’esclusione dalle Coppe Europee. Aleksander Ceferin, presidente dell’Uefa, in materia ha idee chiarissime e intende farle rispettare: prima si finiscono i tornei nazionali e poi, ad agosto, si completano le Coppe Europee.

Ora si sa che Ceferin ha già cambiato idea due volte: prima quando ha spostato le finali di Champions e Europa League a fine giugno e dopo quando ha varato una sorta di calendario alternativo collocando le partite in piena estate. Non è detto, dunque, che il presidente dell’Uefa non si debba arrendere per la terza volta e sia costretto a rinunciare definitivamente ai propri intenti se la situazione sanitaria non migliorerà sensibilmente. Tuttavia il suo comportamento - a volte al limite dell’avventuristico - è chiaro: provare a finire i campionati e le Coppe in modo uniforme per dare vincitori alla stagione in corso e regolarità a quella successiva.

Purtroppo in Italia molti presidenti di club coltivano interessi personali e di bottega per fare il contrario e - strumentalizzando una tragedia come quella del Coronavirus - dicono no per ragioni pseudomorali quando invece l’obiettivo è non retrocedere o far dimenticare in fretta una stagione deludente. Il paradosso è che, pur comportandosi in questo modo esecrabile, si permettono discorsi sull’etica: come si fa a pensare al campo - si chiedono fintamente contriti - quando c’è tanta morte intorno? Per smascherare questo macabro doppiogiochismo basterebbe ricordare qualche episodio della loro vita non propriamente da santi, ma l’ottica non è quella di guardare indietro, ma avanti. Siccome le competizioni europee non riguardano i loro club (tutti deludenti o impelagati nella lotta per non retrocedere, ecco i “nobili” motivi della sospensione) questi signori sono sicuramente in grado di sostenere la propria posizione ad oltranza, magari accusando Ceferin di ingerenze interne.
Del resto che la Lega di serie A - da non confondere con la Federazione che è una sorta di Parlamento del calcio dove sono rappresentate tutte le componenti - sia ormai al degrado è sotto gli occhi di tutti. Agli interessi di parte si abbina la mancanza di leadership del presidente (Dal Pino, eletto solo di recente, è stato contestato dai suoi stessi sostenitori, tra i quali Lotito), dall’incompetenza calcistica si passa all’incapacità di vendere il prodotto calcio per quel che realmente vale. Oggi pensare ad una Lega non dico unita, ma in grado di sapere ciò che vuole, è assolutamente impossibile.

Come scritto nell’ultimo pezzo su Calciomercato (1 aprile) mi sono ormai convinto che il calcio non riprenderà sia perché c’è gente che non vuole, sia perché - assai più seriamente - la pandemia non solo non è esaurita, ma in alcune zone, come in alcune nazioni, deve ancora raggiungere il suo picco. E, però, da uomo di sport e da innamorato di calcio penso che si debba provare fino in fondo a tornare in campo perché gli effetti di una stagione non conclusa impedirebbero anche a quella nuova di partire serenamente, cioè senza ricorsi ai tribunali e alle carte bollate. Sarebbe un calcio a porte chiuse, quindi con gli stadi vuoti, il prezzo minimo da pagare ad una  stagione maledetta. Ma - in questo sono d’accordo con Ceferin - meglio gli stadi solo con i giocatori piuttosto che niente.

@gia_pad