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Le parole di Capello hanno sorpreso e offeso soltanto Conte. Del resto, anche se fosse? Che male c’è a difendere basso e ripartire in contropiede? In Italia sta funzionando abbastanza, direi. Nondimeno l’allenatore dell’Inter continua, imperterrito, a non gradire e, mi auguro più per strategia di condottiero che per testardaggine (sempre che ci sia concesso usare questo termine), a negare l’evidenza. Forse è una forma di protezione, forse invece è un tasto dolente. Un argomento che tocca e dà fastidio, che scatena una tensione interiore, un conflitto. E perché dà fastidio? Probabilmente perché Conte vorrebbe appartenere, al di là delle vittorie e dei successi ottenuti in carriera, a una certa scuola moderna. A sostegno di questa ormai non più segreta ambizione, c’è ancora uno stuolo di apologeti. Non parlo di chi vede nel suo gioco una macchina efficace e competitiva (io sono tra questi). Parlo di chi scomoda i principi del gioco di posizione, riferendosi allo stile di Conte. Posso dire che non sono d’accordo? Lo faccio, e provo a spiegarmi subito. Vedremo infatti che questo argomento, che paradossalmente riguarda la fase di possesso, ha in realtà degli effetti determinanti sul modo di difendere dell’Inter.   
 
COME PALLEGGIA L’INTER - Leggo su una nota e peraltro stimata rivista che “l’Inter è la seconda squadra, dopo il Genoa, ad effettuare più passaggi nel proprio terzo di campo”. Questa affermazione è inserita in un testo che fondamentalmente tenta di smontare l’opinione di Capello, come se questa affermazione fosse garanzia di costruzione ragionata. Ma il dato non può essere di per sé un argomento da impugnare, quando si parla di gioco di posizione. Non basta e soprattutto non può essere un complimento automatico. Bisogna infatti vedere cosa succede al pallone negli altri due terzi di campo, che sono quelli in cui la riconoscibilità del gioco posizionale emerge essenzialmente. Non c’è gioco di posizione senza assestamento del possesso nella metà campo altrui. Non c’è gioco di posizione senza la tendenza a una salita graduale del pallone. Per farla breve, non c’è gioco di posizione senza supremazia territoriale. Volete sapere la percentuale di possesso dell’Inter nella metà campo del Napoli? Il 30% del 44% totale. E quella del Napoli nella metà avversaria? Il 54% del 56% totale. Spesso infatti ai nerazzurri succede questo.



Palleggio nel proprio terzo di campo sostenuto dai tre dietro più il vertice basso Brozovic. Se la pressione è forte facilmente il pallone torna indietro e il centrale che riceve può contare sul quinto (in questo caso Candreva) apertissimo, quasi a pestare il fallo laterale.   



Ed eccoci al momento topico. Insistere nel palleggio avventurandosi nelle microtrame d’avanzamento tipiche del gioco di posizione (vedi Juve di Sarri o Sassuolo di De Zerbi) o saltare il centrocampo proprio e altrui per sciogliere l’imbroglio (forse l’eventuale imbarazzo)? Insomma, oltre a quel limite qui, rappresentato dalla fine del primo terzo di campo, c’è tendenzialmente una salita altrettanto ragionata o c’è più spesso un pallone alzato a memoria?



La risposta, al di là delle ovvie eccezioni in cui ravvisiamo certamente anche l’inevitabile contaminazione col gioco di posizione, è chiara. L’Inter di Conte calcia. Vede un muro sulla propria trequarti e lo supera volentieri affidandosi alle sponde di Lukaku e Lautaro. È come se l’azione da gol iniziasse sempre da lontano, già nel primo terzo di campo, come avviene in un contropiede vero e proprio, in effetti. Scherzando si potrebbe arrivare a dire addirittura che l’Inter non palleggia, paradossalmente fa solo contropiede, anche quando inizia l’azione. Spesso infatti non si percepisce differenza di scopo o di intensità tra una manovra nella sua metà campo e un attacco in quella degli avversari. In un altro articolo, successivo alla disfatta di Dortmund, usavo l’immagine del piano inclinato. Il pallone fugge via. 



Talvolta l’Inter consuma la sua azione in verticale così in fretta che non arriva nemmeno a superare la metà campo. E con ciò è forse meno temibile? Niente affatto.
 
MA PRESSA O NO? - Vedete poi le conseguenze di questo stile di gioco sulla riconquista del pallone. Come si fa a fare del gegenpressing con le strutture dei reparti così dilatate? (Il gegenpressing è uno degli strumenti che si usano per avere supremazia territoriale). Meglio tornare indietro e ricompattarsi nei pressi dell’area con quel 5-3 difensivo che tante volte abbiamo ammirato per solidità in questo girone di andata (meno in Europa). Noi con Capello.
 


L’Inter dunque non pressa mai? Sarebbe altrettanto sbagliato sostenerlo. Lo fa quando può, solo in determinate situazioni codificate, e specialmente a inizio partita quando le energie non mancano. Alla lunga però cede e si abbassa per poi ripartire, anche se al suo allenatore non piace ammetterlo.