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Una cosa a favore del calcio italiano bisogna continuare a dirla: resta la migliore e più efficace cartina di tornasole del paese, nel sempre più raro bene e nel male, con punte di malissimo, rappresentato dalla scarsa attendibilità delle nostre istituzioni sportive, dai nostri stadi pericolosi e fatiscenti, dalla latitanza delle istituzioni politiche, nella fattispecie governative. Parliamo della votazione per l’attribuzione dell’Europeo di calcio 2016: Ginevra come Waterloo, con Giancarlo Abete al posto di Napoleone, solo che stavolta i francesi hanno brindato, Platini in testa. Italia nemmeno al ballottaggio, solo 23 punti nella prima votazione contro i 38 dei turchi e i 43 dei francesi, che nel ballottaggio finale l’hanno spuntata per 7-6. Che dato é? Un dato politico, una bocciatura sonora, perentoria e senza appello a quelle che pensavamo essere le nostre credenziali. Forse è proprio questo il punto: quello che presumiamo di noi, che ci facciamo raccontare da chi ancora ha la faccia di raccontarcelo, è vero solo per noi o, più amaramente, per quelli tra noi che si ostinano a prenderlo per buono. Ma perché mai avrebbero dovuto darci l’Europeo? Perché ci siamo inventati la tessera svuota- stadi già piuttosto vuoti? Perché abbiamo un campionato sempre pù sperequato, monocorde, brutto, litigioso e coi verdetti perennemente offuscati dal dubbio? Per gli impianti vecchi, scomodi e costosi, dove portare un bambino è un atto di coraggio? Per una stampa idolatra e annichilita di fronte a qualsiasi istrione che viene, spadroneggia e poi ci sputa nel piatto? Italianamente, poi, ce la prendiamo sempre con le apparenze e mai con la sostanza delle cose: la cosa che più è dispiaciuta al Presidente Abete è stata la presentazione da parte di Platini dell’intero comitato esecutivo Uefa al Presidente Sarkozy. Forse, una riflessione appena più efficace deriverebbe dal constatare che gli altri candidati erano rappresentati dai rispettivi governi nelle massime cariche e per noi c’era il Sottosegretario alla Presidenza Del Consiglio, con delega allo sport, Rocco Crimi. Però questa si chiama autocritica, una sorta di araba fenice per le nostre stanze del potere. Un po’ come le dimissioni. Au revoire.