Da quando è c.t. della Nazionale, Roberto Mancini è diventato un allenatore coraggioso. Non perché contro la Finlandia dovrebbe far giocare il diciannovenne Moise Kean fin dal primo minuto, ma perché vuole gioco e gol, l’uno che produca gli altri, non la solita brodaglia di concetti per cui alla fine basta vincere non importa come. 

La sua Italia inaugura le gare per andare all’Europeo del 2020 e sa che qualificarsi non basta. E’ importante, ovvio, ma quello che la Federazione si aspetta da lui è un cambio di mentalità e di passo rispetto agli anni disastrosi di Ventura, il peggiore c.t. della storia recente, l’unico a non essere riuscito a portare l’Italia al Mondiale da sessant’anni a questa parte. Il bello è che costui - dopo la piagliacciata con il Chievo - reclama ancora una panchina come se non fosse lecito dubitare di lui e delle sue scelte. 

Mancini, dopo aver onorato con una complicata ma meritatissima salvezza, la Nations League, si aspetta molto e subito. La squadra è buona, tranne - forse - sugli esterni di difesa, perché non mi esaltano né Piccini, né Biraghi, ha forza e qualità in mezzo, intraprendenza e velocità in attacco. 
Personalmente avrei preferito Quagliarella a Immobile perché se uno dell’età del doriano viene chiamato in azzurro ha poco senso farlo accomodare in panchina e perché Quagliarella, in questo momento, segna più del laziale. 

Non me ne voglia Mancini, ma anche nel ballottaggio tra Kean e Politano avrei scelto l’interista. Questione di equilibrio. L’intersita è un esterno che possiede la proprietà di rientrare sotto la linea della palla e di ripartire, Kean è più attaccante. 
Tuttavia anche questo è un segno. Mancini vuole una partita di dominio, non di controllo. Vuole una squadra offensiva, non conservativa. Pensa ad un pressing alto e continuo, non all’attesa con ripartenza incorporata. 
Non posso sapere se quella con la Finlandia, a Udine, sarà una bella partita, ma spero di sì perché mai come in questo momento ne abbiamo bisogno. Il passato recente non si cancella, però la fase qualificatoria di un grande torneo continentale è l’occasione per risorgere.

La dorsale della Nazionale (Donnarumma; Chiellini e Bonucci; Verratti e Jorginho; Immobile con ai lati Bernardeschi e Kean) è di prim’ordine, anche se gli occhi di molti - tra i quali i miei - si poggeranno su Barella, un ragazzo che l’anno prossimo andrà all’Inter e che nell’ultima stagione è diventato un titolarissimo nel Cagliari e un inamovibile nell’Italia di Mancini. 
Certo, ci fossero stati Chiesa con Insigne nel tridente avanzato e Florenzi nei quattro di difesa, avremmo potuto pensare ad una Nazionale quasi definita o definitiva, però non possiamo lamentarci. Come, oggettivamente, nessuno può eccepire sul girone. L’Italia è nel gruppo J con Bosnia Erzegovina, Grecia, Finlandia, Armenia e Lichtenstein. Passano le prime due e non si vede come qualcuno possa toglierci il primo posto. 

Sull’argomento vorrei essere categorico: vincere il girone è obbligatorio quanto giocare bene. Una Nazionale che entusiasmi ci manca da quando Antonio Conte portò gli azzurri ai quarti dell’Europeo di Francia. E Conte mediamente aveva a disposizione elementi meno forti di quelli su cui può contare Mancini. Zaniolo è uno di questi. Certamente giocherà contro il Lichtenstein anche se è possibile vederlo già a Udine. 

La fiducia è il sentimento più condiviso in azzurro. Il peggio dovrebbe essere passato e da adesso in avanti ci aspettiamo solo sorprese positive. A mio giudizio c’è abbondanza in tutti i reparti. Per essere davvero competitiva alla Nazionale serve segnare con continuità. Ecco perché, al momento, avrei scelto Quagliarella anzichè Immobile. A meno che, alla fine, Mancini non sorprenda tutti con Kean centravanti e Politano e Bernardeschi sugli esterni. Il futuro è già qui.