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Detesto i paragoni. Implicano la volontà di contrapporre con una forzatura due situazioni o due personaggi che possono possedere in comune alcune similitudini ma che appartenendo a mondi totalmente differenti non possono e non devono venir raffrontati. In caso contrario si cade nella trappola della diatriba da osteria mancando di riguardo a entrambi.

Dire di Diego Maradona accostandogli il nome e la figura di Michel Platini, per dare vita ad una competizione il cui risultato dovrebbe portare a stabilire chi tra i due sia stato il migliore come campione, sarebbe come commettere un’eresia sportiva, un errore culturale oltreché un autentico delitto di lesa maestà verso due personaggi che non c’entrano per niente l’uno con l’altro. Come stabilire se era meglio Van Gogh oppure Gauguin, due geni dell’arte amici-nemici per Dna. Il punto, magari poco calcistico ma profondamente umano, sta nelle origini dei due campioni. 

Maradona nato con le stimmate della povertà stampata negli occhi dentro i quali si poteva intravedere sempre una sottile malinconia. Platini venuto al mondo in uno status di piccolo borghese franco-piemontese con nello sguardo un’indizio evidente di astuta furbizia. Maradona che maneggia la spada come fosse quella di Excalibur al servizio permanente del popolo, argentino o napoletano o cubano non importa. Platini che usa armi decisamente più sofisticate e si presenta alla giostra sempre perfetto e affidabile come piace tanto al Potere. Maradona che fa ciò che gli suggerisce la sua anima sempre tormentata. Platini che segue con puntiglio la voce della ragione e anche quella della convenienza. Maradona come Achille e Platini come Ulisse. Maradona il rivoluzionario a tempo pieno, Platini la sentinella del perbenismo storico.
L’ipotesi che Maradona avrebbe potuto giocare nella Juventus se Boniperti non si fosse spaventato della cifra astronomica che l’Argentinos aveva sparato per cedere quel ragazzino bravissimo ma ancora acerbo appartiene al regno dei “se dei ma” e lascia il tempo che trova. Sbagliano però coloro o quali sostengono che Diego, a Torino, non avrebbe fatto la fine che gli toccò a Napoli. La cocaina l’avrebbe trovata nei salotti bene della città invece che nei vicoli bui della camorra. Così come Platini eventualmente a Napoli non si sarebbe lasciato inghiottire emotivamente dai mulinelli di una città trabocchetto. Maradona era destinato a diventare “Dio”. Platini doveva percorrere la strada che lo avrebbe portato ad essere “Roi”. Il resto è calcio giocato e loro due hanno dato tutto ciò che potevano. E sulla loro bravura si può dibattere all’infinito seguendo ciascuno il proprio gusto. 

Il finale semmai è differente e anche esemplare. Maradona se ne è andato senza aver mai smesso di essere Diego. Platini ha cercato di dare la scalata al Potere che lo ha annientato facendolo tornare ad essere soltanto Michel. E un motivo c’è sicuramente. Scegliete un po’ voi….